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Quel che possiamo imparare dalla donna Marilina

Quel che possiamo imparare dalla donna Marilina

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Giovedì, 24 maggio 2012 13:52

Annotatevi le astuzie primarie: dissimulare il cervello. Chiedere il parere del maschio su tutto. Venerare i suoi gusti e i suoi vizi. E, se proprio non vi riesce, i brillanti potete sempre comprarveli da sole

di Rosa Matteucci

La bionda Marilyn incarna col massimo grado d’approssimazione l’eterno ideale femminile, la donna che vince nella guerra maschi contro femmine e campa come una signora onorata, rispettata e temuta dal marito. L’apoteosi dell’ideale femminile compiuto magistralmente nei film, non ugualmente in quella che fu la sua vita fuori dai set, orripilata da alcol, droghe e amori infelicissimi, appesantita da matrimoni insensati e terribile solitudine. Tanto la Monroe fu divinamente perfetta nell’incarnare l’archetipo della femmina desiderabile, bella e sottomessa, quella che pende dalle labbra degli uomini, ma che per converso li comanda a bacchetta, quanto fu sgangherata, disperata nella vita privata, quella dei dati anagrafici, della patente e delle bollette; la sua vita fu un disastro, culminato con la morte solitaria, come si conviene a una dea.

A un certo punto della vita, cosciente che i maschi, all’apparenza interessati ad approfondire la conoscenza, dopo poco si eclissavano, ho capito che se volevo farcela, era obbligatorio adottare il protocollo da me battezzato della «donna Marilina».

La prima regola significava fare tutto il contrario di quello che mi veniva per istinto. Dissimulare il cervello, fare la tonta, attività ardua, che non mi è mai riuscita credibile, sembro una macchietta, o meglio una mentecatta. Acclarato che non c’era verso, ho studiato i comportamenti di Marilyn nei film, visti più volte, e questa è stata la placida teoria, quindi mi sono esercitata dal vivo, con l’esame pratico, complice un’amica che, ben più edotta sulla psicologia maschile, si fingeva uomo.

La prima regola della donna Marilina è quella di non dire mai cose troppo intelligenti i maschi non tollerano di essere giudicati, e non vogliono che gli si misuri il QI, quindi la «donna Marilina» eviti con cura di sfidare l’altro sesso sul terreno del ragionamento e della dialettica. Mai affrontare argomenti specifici, men che mai troppo intellettuali, di fronte a interlocutori in genere pronti a neutralizzare l’impreparazione con la prepotenza. Necessario poi chiedere sempre il parere dell’uomo, a partire dalle questioni più sceme: non conta tanto seguire nel concreto i consigli che ci si vedrà somministrare, quanto illudere il maschio del ruolo decisivo della sua consulenza; poi, si fa di testa propria.

Non guasta, poi, nel caso ci si trovi a tavola, adeguarsi  ai gusti del maschio. Più volte mi esercitai al ristorante, con esiti pietosi. Non potendo seguire il filo dei miei pensieri, non parlavo; incapace di proferire banalità inoffensive, volte a consacrare la supposta superiorità maschile, risultavo penosa parodia della «donna Marilina», ovvero una strana demente.

Senza aver appreso le astuzie primarie, che mi ero scritta su un promemoria da consultarsi di continuo, nel senso che proprio non mi entravano in testa per una sorta di naturale repulsa, si passava alla fase successiva, quella delle smorfie femminili e degli sguardi. È andata ancor peggio, sono risultata non classificata.

Sono miope e senza inforcare gli occhiali non intercetto che sagome indistinte, riconoscibili, ma simili alle foto dei fantasmi fatte da Kirlian alla fine dell’Ottocento. Quindi non percepisco i sentimenti e gli intenti negli sguardi altrui, a meno che non mi stiano a cinque centimetri dal naso.

Con gli uomini bisogna dire sempre «Sì, caro», effondersi in esclamazioni di meraviglia a fronte di ogni baggianata espressa dall’interlocutore, dimostrare una sorta di venerazione per i suoi gusti e i suoi vizi, tipo: quello fuma il sigaro che appesta e provoca nausea? Bene, la «donna Marilina» decanta la bontà inarrivabile dell’aroma del sigaro.

La «donna Marilina» sa come ottenere un regalino, senza chiederlo. Visto che i diamanti sono da sempre – postulato che appieno condivido – i migliori amici delle ragazze, mi fu suggerito, ove si passeggiasse per strada col malcapitato, di fingere di inciampare giusto davanti alla vetrina di una gioielleria e, appoggiata la manina sul vetro, sbigottire con stupefazione di fronte ad un gioiello, già prescelto, affermando che quel bracciale o anello è il sogno, che piace da impazzire.

Una volta ho fatto la scenetta: inciampo, barcollo, m’appoggio un po’ a lui, un po’ di più sulla vetrina sfavillante, però quando si è trattato di magnificare il gioiello mi sono vergognata come un cane.

Io non sarò mai una «donna Marilina», infatti i brillanti me li compro da sola. I maschi, in tempi sì grami, dovrebbero apprezzare.

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