Quando saremo bicentenari
Mercoledì, 3 febbraio 2010 11:44
Care lettrici, cari lettori,
“Sono morti quasi tutti quelli di cui parla”. “Morirai anche tu”. È un frammento di dialogo estratto dall’intervista ad Arnoldo Foà di pagina 46. Ci sono svariate ragioni per cui vale la pena leggerla. Alcune le scoprirete da soli. A me ne interessa soprattutto una: il senso di libertà, e quasi arroganza, che Foà manifesta rispetto alla propria fine, e non certo perché si consola col pensiero dell’aldilà, in cui non crede. Ho scritto “fine” e non “morte”. E il punto è proprio questo: c’è sempre una sfumatura di prudenza, un bisogno di cautela, l’ansia di non esagerare pronunciando troppo spesso quel nome, come se subito scattasse una specie di mano mentale che fa le corna, non vista, da qualche parte sul retro. E invece, questo signore di 94 anni, il vecchio Arnoldo col suo nome da secolo scorso, la mette al centro della scena, la esalta con la sua cattiveria, ce la ributta contro giocando felice con noi “giovani” (chiunque rispetto a un novantenne è più giovane). Perché forse sa quello che anche noi sappiamo bene: noi “giovani” siamo destinati a essere vecchi per più tempo di lui. Diventeremo centenari, forse addirittura, bicentenari (ma questo riguarderà un’altra generazione ancora). La quarta, quinta o sesta età sarà così diversa dalla terza età di un tempo da non essere più riconoscibile, da non essere più tale.
E dunque, stando in sua compagnia per così tanto tempo, sarà forse quello della vecchiaia il periodo più memorabile. Quello in cui si potrà evocare la fine, chiamandola spavaldamente per nome, senza fare le corna. Perché avrà un suono familiare, il suono di un’abitudine.
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