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Provaci ancora Glenn

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Venerdì, 27 gennaio 2012 11:09

Care lettrici, cari lettori,
non so perché, ma istintivamente sto dalla parte di Glenn Close (la sua intervista
è a pagina 42): per chi non fosse al corrente, da adesso alla cerimonia del 26 febbraio (il 27 notte per noi) si stende la stagione degli Oscar. Un rito stabile nella mutevolezza annuale delle nomination: qualcosa che sobilla il cuore alla festa in questi tempi di incertezze. La lista 2012 dice che Glenn Close è in gara con l’eterna rivale Meryl Streep nella categoria miglior attrice protagonista. Certo ci sono altre ragazze in lizza, ma non c’è dubbio che il duello vero sia tra loro due. Le più mature (Glenn Close ha 64 anni, appena due in più di Streep), più cariche di esperienza e trionfi. E anche più atipiche: signore della scena, sobrie, poco o nulla chiacchierate, non particolarmente stravolte dai rifacimenti, mostruosamente brave. Solo che Streep ne ha vinti due di Oscar. E Close niente. In altri termini, pur essendo stata in corsa cinque volte (questa è la sesta), si può dire che sia una veterana della parte più crudele: quella che nell’arena finale prevede di stirare le labbra sui denti anche se hai perso, proprio perché le telecamere non ti abbandoneranno un momento registrando ogni piega rovente della tua disillusione. Perciò, se esisti in quel momento, è solo come perdente, e l’unica variante richiesta è la credibilità della tua sorridente resa: che non sia invidiosa e meschina, che non emani odore di fallimento, massimo peccato nello spettacolo dei vincenti. Ora, Glenn Close, in perfetta opposizione a Meryl, ha una faccia che si presta a perdere. Hai voglia a fare altro, ma è stata la pazza di Attrazione fatale, la subdola di Le relazioni pericolose, perfino la cattivissima Crudelia De Mon. E certo, è stata scelta proprio per questo: ha qualcosa di ossuto nei tratti, qualcosa di immobile nello sguardo che invia subito un messaggio di allerta. Per questo, sarebbe bello che vincesse. Ci sono troppi pochi cattivi che perdono nella realtà, anche perché nella finzione perdono quasi sempre.

Raffaela Carretta - direttoregioia@hearst.it

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