Perché la Detroit balcanica è la terra promessa per investire senza grattacapi
Giovedì, 29 luglio 2010 15:34
Una Nissan nera del ministero del Turismo schizza via col buio da Belgrado e si mangia i 140 chilometri di autostrada a 180 all’ora. Arriviamo a Kragujevac all’alba. Sono lì con una troupe di Moby Dick. Quel giovedì alle 21 andiamo in onda su Italia 1 in diretta dal Ponte Branko, nel cuore della capitale serba. Aprile 1999, Belgrado è sotto le bombe della Nato e i caccia F-16 partono dalla base italiana di Aviano. L’autista del ministro si ferma ai posti di blocco e mostra il tesserino con un leggero tremito della mano. Neppure lui è sicuro di tornare a casa. Quando arriviamo ai capannoni della Zastava, la storica fabbrica jugoslava di macchine, i resti dello stabilimento sono ancora caldi. Le linee di montaggio non esistono più, solo enormi travi di metallo sciolte dal calore dei missili. Sembrano grandi serpenti morti. La Detroit balcanica muore in quei giorni, e con lei il nazionalismo spietato di Milosevic e il mito della grande patria serba. Un giorno di bombe e 60mila operai perdono il lavoro. Zastava smette di produrre quelle brutte scatolette di lamiera che sanno di Fiat lontano un chilometro, e si arrugginiscono con la stessa velocità.
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Oggi, 11 anni dopo, a Kragujevac festeggiano l’arrivo della nuova fabbrica Fiat. Marchionne ha deciso di produrre lì l’erede della Multipla: il lavoro costa molto meno che a Mirafiori, il governo di Belgrado - assai più docile di quello di Milosevic - paga meglio di quello italiano. E un domani, magari, gli operai impareranno anche a fare l’inchino. Kragujevac è l’ultimo paradosso della globalizzazione, lo sberleffo del neocapitalismo da combattimento, un giro del mondo al contrario: dopo il generale Mladic e le Tigri di Arkan, i deliri messianici del “popolo santo” e tanta retorica antioccidentale, ecco la nuova terra promessa per chi vuole investire senza grattacapi. Inutile prendersela con Marchionne: la Fiat è un’azienda globale e va dove più le conviene. Solo la Lega pensa di trattare la nuova Multipla come una toma piemontese: la retorica della Grande Nazione infinocchia i poveri montenegrini e kosovari, non certo manager e banchieri. «Fiat delocalizza perché Belgrado paga», s’infuria Bossi. Proprio così: ormai se vogliamo tenerci gli operai tocca pagare i padroni. La corsa a spendere meno e produrre di più rischia di travolgere tutto, a partire dai sindacati, totalmente spiazzati dall’effetto Belgrado. Delocalizzare sì, ma che cosa? Ha ancora senso battersi per una Fiat italiana?
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Resto convinto che l’accordo di Pomigliano sia l’unica soluzione possibile per gli operai campani, ma non credo si possa abbassare ancora la soglia dei diritti. Molto meglio spendere per le università e i centri di ricerca, formare ingegneri e designer, tornare a fabbricare, anziché automobili che si vendono sempre di meno, qualcosa che vale immensamente di più, qualcosa di cui l’Italia è sempre stata ricca e che negli ultimi anni ha disimparato a produrre: le idee.
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di Corrado Formigli - È inviato e responsabile delle inchieste del programma di Raidue Annozero
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