Michelle debutta al G8
Mercoledì, 8 luglio 2009 12:08
È la sua prima volta al vertice che ogni anno riunisce i grandi della Terra. E sarà osservata, spiata, confrontata con le altre. Perché è carismatica, nera, moglie dell’uomo più potente del mondo. E questa è la prima ragione. La seconda ve la raccontano le due foto qui accanto. In una, i leader sembrano professori seduti dietro a un tavolo come in un summit. Nell’altra piantano alberi. Come in uno show
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di Francesco Olivo
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Il suo esordio in Europa è stato piuttosto spigliato. Davanti alla Regina Elisabetta, Michelle Obama non ha mostrato alcun timore reverenziale e, rompendo con garbo l’etichetta, ha osato toccare, con un abbraccio, l’anziana, intoccabile monarca. Omaggiandola, infine, con un i-Pod, al posto della classica litografia. Qui in Italia non c’è una regina e, per le note vicende, purtroppo, neanche una first lady. Tanto meglio per Michelle e per le sue smanie di indipendenza. Mrs Obama non ama le decorative comitive di signore e soffre i riflettori puntati 24 ore al giorno. Meglio starsene con mamma e figlie, poi, finite le chiacchiere del G8, con Barack si va dal Papa. Un atteggiamento coerente con i primi mesi da first lady, durante i quali la signora Obama ha tenuto un profilo basso, per prevenire eventuali diffidenza degli americani.
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Che questo vertice risolva quasi nulla dei tanti obiettivi che si pone è un dato ormai certificato, dall’evoluzione in 34 anni di vita. Nel corso del tempo si è trasformato in una vetrina, un album da aggiungere alla galleria dei potenti della Terra. Per questo, se di vetrina si tratta, il ruolo di Michelle e delle sue compagne vince. Come la scia persistente di un profumo che copre tutti gli altri.
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Le signore
Le scarpe indossate, i colori prediletti, i gusti culinari e la sincerità delle effusioni. Su questo l’attenzione è maniacale, invece per almeno dieci anni le consorti dei leader accompagnavano i mariti potenti solo in maniera sporadica e informale. Tanto per dire: a Venezia (1980) rimediarono giusto un giro in motoscafo nel Canal Grande. Bisognerà aspettare il meeting di Napoli (1994) perché le signore ricevano copertura pari a quella dei consorti. Si ricorderà Veronica Lario, oggi assente rumorosa, gran padrona di casa del G8 napoletano, appena indispettita quando Hillary Clinton disertò il concerto del San Carlo, preferendo una gita a Ravello. L’attuale segretario di Stato americano cercò di farsi perdonare partecipando alla gita in città con le altre. Dal pullmino che le scarrozzava notò delle ragazze in motorino senza casco, classico paesaggio partenopeo: «A Chelsea lo faccio mettere sempre», commentò. Ma nel cuore di Hillary restava la costiera: «I wanna eat scialatelli!», esclamò tornata in hotel ai poveri autisti, costretti a ripartire per Amalfi e fare incetta della pasta tipica della cittadina.
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A Denver nel 1997 scoppiò un polverone quando i giornalisti scoprirono che Cherie Blair si faceva accompagnare dallo stilista personale. Flavia Franzoni, in Prodi, fece di testa sua: nella gita sul trenino scoperto nelle Montagne Rocciose indossò, unica tra le signore, la gonna. Un’esperienza orribile: « Hillary aveva consigliato i pantaloni, ma in valigia non li avevo». A Lady Prodi, filo di perle e filo di trucco, si deve anche la descrizione più sincera delle conversazioni con le omologhe: «Solo discorsi superficiali, non siamo amiche».
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Ma la paladina delle “independent first ladies” è stata senz’altro Cecilia Attias, fu Sarkozy (che mostrò indipendenza anche eccessiva scappando in seguito con un altro). Madame si ribellò al cerimoniale del G8 tedesco: dopo aver partecipato alla cena inaugurale (con scollatura mozzafiato), scomparve il secondo giorno, schivando la pur interessante lezione Trend demografici nei Paesi del G8, giudicata più pesante delle Montagne Rocciose. «Dovevo preparare la festa di mia figlia», spiegò al povero professor Joachim Sauer, marito di Angela Merkel, unico maschio della compagnia. Il professore, certo, non ha un compito facile e magari si annoia a morte. Ma almeno il cerimoniale italiano si è ricordato che lui non è una lady: Bulgari ha disegnato dei gemelli, al posto degli anelli, destinati al resto della comitiva.
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I signori
Come parata non è male. Obama, Sarkozy, Berlusconi, Gordon Brown, Medvedev, tutti insieme nella stessa caserma. Ma, sebbene in veste minore e con un trend anche questo stabilizzato negli ultimi anni, al vertice dell’Aquila sono stati invitati anche molti leader extra G8, ognuno con una formula: il poligamo sudafricano Zuma e il vero potente Hu Jintao (membri del G5), l’idolo laico Zapatero (cooptato dal governo italiano, insieme al premier olandese), oltre ovviamente all’«amico Gheddafi». I temi all’ordine del giorno sono tanto alti, quanto vaghi. Porre al centro delle discussioni i cambiamenti climatici è un impegno nobile, la lotta alla povertà è tema molto urgente, un nuovo sistema della finanza globale si mostra ogni giorno più fondamentale: ma se nei documenti finali non si fissano paletti precisi, le dichiarazioni firmate davanti ai fotografi restano solo propositi. E quando si dettano delle regole, restano lettera morta se non si accompagnano a sanzioni per i trasgressori. Un esempio è quello della lotta alla povertà: a l summit di Gleneagleas (2005) gli Stati si erano impegnati a versare lo 0,51 per cento del Pil in aiuti umanitari entro il 2010. Praticamente nessuno ha rispettato il patto (l’Italia ha stanziato solo il 3 per cento dei fondi promessi).
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le proteste
Ormai inscindibilmente legate al summit sono le proteste e le manifestazione di opposizione a questo tipo di riunioni. A parte qualche spintone al corteo contro la portaerei Usa al G8 di Venezia (1987), l’inizio si può datare a Genova (2001), dove entrarono in scena i no global, nati politicamente alla riunione del Wto di Seattle, un anno e mezzo prima. Il bilancio tragico di Genova ha portato due conseguenze: la militarizzazione dei vertici e il loro spostamento in luoghi inaccessibili ai manifestanti: Évian-les-Bains, sulle montagne della Savoia (2003), su un’isola della Georgia, Sea Island (2004), Strelna, cento chilometri da San Pietroburgo (2006). La presenza delle forze dell’ordine, un tempo assai esigua, ha raggiunto numeri superiori a quello dei manifestanti: sull’isola di Hokkaido il Giappone ha schierato 21mila poliziotti contro poche centinaia di dimostranti. Il meeting abruzzese è protetto da 15mila persone a fronte di pochi manifestanti. Altra novità introdotta dopo Genova fu l’apertura, a lungo sbandierata, a capi di Stato africani e sud americani, invitati praticamente senza diritto di parola.
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Ben diverso il clima in cui austeri signori in grisaglia si incontrarono a Rambouillet nel 1975, per la prima edizione. Con la dicitura di G6 (il Canada fu incluso due anni dopo, la Russia nel ‘98), sotto la presidenza di Valery Giscard d’Estaing (per l’Italia c’è Aldo Moro) non c’è posto per la mondanità, né per le proteste. Quelle foto in bianco e nero sono precedute da riunioni burocratiche con al centro la crisi petrolifera. Per anni si discute soltanto di macroeconomia, poi dal 1980 a Venezia (è il primo incontro in Italia, presiede Francesco Cossiga) entra in agenda anche la politica estera, siamo nel pieno della crisi degli ostaggi in Iran e dell’invasione sovietica in Afghanistan. La personalità dei leader ha un ruolo decisivo specie da quando il summit annuale è diventato un evento, con annessi concerti, mostre, partner, sponsor. Ancora una volta il G8 della svolta fu quello di Napoli. Berlusconi, appena eletto, volle un incontro in grande stile, con un occhio rivolto alla vetrina, oltre che alla politica Oggi, però, si ricorda più che altro l’avviso di garanzia che lo raggiunse durante i lavori. Un’era nuova era cominciata: i leader, tra una firma e l’altra, dovevano divertirsi.
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Il club
La debolezza di queste riunioni è chiara agli stessi leader, che così, spesso, sfruttano l’occasione per incontri bilaterali, magari spontanei. «Ci si vede più che altro per darsi appuntamento altrove – racconta un ex membro dello staff di Romano Prodi – in fondo si tratta di ratificare gli accordi limati per mesi dalle diplomazie. I capi si ritrovano soli e si forma un’atmosfera da club. Mentre Prodi faceva jogging durante il summit di San Pietroburgo, incontrò la delegazione giapponese nel bosco. Quella fu l’occasione di parlare per la prima volta con il governo nipponico. Lo stesso avvenne con Blair. Ma i leader sono rilassati non hanno ansia da prestazione, fatta eccezione per il padrone di casa». Non tutti però si divertono: «Lo staff del leader viene estromesso dai tavoli di discussione. Si passano molte ore inoperosi: una noia mortale».
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Gli sherpa
Anche le vaghe decisioni vengono in realtà prese altrove. Ogni governo del G8 ha nominato uno sherpa (prende il nome dai portatori d’acqua per le spedizioni himalayane). Quello italiano è l’ambasciatore Gianpiero Massolo, incaricato di discutere i vari temi e di redigere con i colleghi il documento finale. I leader ratificano al summit. Gli sherpa si sono incontrati una volta al mese a partire da dicembre. L’organizzazione ha stabilito un giro d’Italia della diplomazia: Napoli, Taormina, Firenze, Roma, Venezia e qualche giorno fa di nuovo nella Capitale con gita esplorativa a L’Aquila dove gli uomini di Bertolaso hanno descritto la logistica del vertice. L’ultimo appuntamento, il più delicato, nelle sale dell’Hilton di Monte Mario. Si è lavorato fino a notte fonda (e nella massima riservatezza) per limare il documento finale.
Se gli sherpa lavorano nell’ombra, più note sono le “ministeriali” che precedono il G8. Oltre agli incontri romani (economia, banchieri centrali, energia, lavoro, sicurezza) i ministri più scaltri sono riusciti a giocare in casa: Luca Zaia ha riunito i colleghi dell’agricoltura nel suo feudo elettorale, in provincia di Treviso. Mentre Stefania Prestigiacomo ha scelto la sua Siracusa come sede per la riunione sull’ambiente.
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Sfruttare l’evento
Il giro di soldi è notevole, il produttore di vini Giancarlo Aneri è uno di quelli che lo ha capito per primo: «Solo dopo un’opera di pressione incredibile riuscii a convincere il cerimoniale del G7 di Venezia a fare un pranzo, tutto a base di spumante Ferrari», racconta con fierezza. Era il 1980 e il product placement (ovvero l’arte di piazzare i prodotti in punti strategici) era agli albori. Oggi, il made in Italy, ha colto l’occasione, le aziende si sono attrezzate, offrendo ai leader regali griffati. Gli omaggi si sprecano: si va dalle glorie nazionali enogastronomiche, ai modellini di aeroplani, gli occhiali da sole da playboy, giacche e borse di gran moda tra i sudditi, «non so come si porteranno in patria tutta questa roba», si preoccupa una ragazza dello staff davanti agli scatoloni, forse speranzosa di rimediare qualche avanzo. Tra le iniziative si segnala quella del marchio Frette: ha fornito lenzuola e asciugamani alle scarne camere della caserma, personalizzando il corredo con le cifre del leader. Fiore all’occhiello, manco a dirlo, quella B. e quella O. ricamate sulla trapunta del presidente più atteso.
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