Michele Santoro ritorna, con un programma che crea un nuovo modo di lavorare. Un progetto così innovativo che dobbiamo tutti tifare per lui
Venerdì, 4 novembre 2011 10:30
Questa settimana parte la nuova avventura di Michele Santoro e penso che avrà successo. Il progetto mostra coraggio, creatività editoriale e abilità imprenditoriale: un insieme di doti non comuni che, oltre all’ammirazione, suscitano una certa invidia (positiva) in chi come me di queste doti ne ha quasi zero.
Il coraggio è gran parte del lavoro giornalistico. Di più: non si può fare il giornalista senza averne. Ce ne vuole in quasi ogni situazione. In quelle più ovvie, come le guerre, in quelle straordinarie, tipo le inchieste che portano diritto al potere, ma anche in quelle più ordinarie. Il giornalismo è fatto di piccoli passi continui, che richiedono piccole decisioni continue, e ognuna di queste decisioni richiede scelte: la storia da seguire, le proprie fonti, le proprie simpatie, le proprie convinzioni, i propri dubbi, ma anche chi sfidare, chi difendere e, alla fine, a che punto fermarsi. Queste scelte non sono solo di ogni giornalista, ma anche del contesto in cui si muove.
Le aziende editoriali sono in parte istituzioni etico-culturali, in parte business e ognuna di loro ha, del tutto legittimamente, un proprio quadro di riferimento e un proprio interesse di profitto. Tutto questo per dire che non esiste il mondo perfetto, senza condizionamenti, in cui è possibile scegliere e scrivere in modo lineare assoluto. Il giornalismo è insomma un processo in cui la libertà è sempre una conclusione, e sempre molto incerta. O almeno questa è la mia opinione.
Come ci si regola quando questi percorsi fra cultura, editoria, interessi, etica, cominciano a starti stretti? Questa è la domanda con cui prima o poi ogni giornalista deve confrontarsi. Le risposte sono le più diverse e hanno del tutto a che fare con le convinzioni e le condizioni materiali, di ciascuno.
Spesso si piega la testa, meno spesso s’imbocca la strada affatto semplice di cercare di cambiare lavoro, ancora meno spesso ci si dimette. Avendo praticato tutte e tre le strade posso parlare a buona ragione. Le dimissioni, cioè l’abbandono del lavoro per difendere le proprie convinzioni, senza nessuna alternativa pronta o immediata di impiego, sono non a caso la strada meno praticata.
Santoro intraprende un’opzione ulteriore, ancora più difficile: creare dal nulla un nuovo editore, un nuovo lavoro, un nuovo modo di lavorare. Attraversando l’attuale sistema e riformulandone intere parti.
Il programma Servizio pubblico mette insieme una combinazione di media, quello che tecnicamente si definisce una multipiattaforma, fatta di tv, radio e web. Alcuni di questi sono media oggi marginali, come le tv e radio locali, uniti però a Internet, che è centralissimo ma non ancora sperimentato su ampie dimensioni di traffico tv. Nuova è anche l’identità degli editori: i soci sono imprenditori che ci mettono quote buone ma non elevate, un giornale come Il fatto quotidiano, esso stesso un grande successo editoriale, e una miriade di finanziatori da dieci euro. Credo non ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni per capire quanto innovativo sia questo progetto. E perché, indipendentemente da quel che ciascuno di noi pensa, dobbiamo tifare perché Santoro vinca la sua sfida.
Lucia Annunziata -Editorialista de La Stampa, ogni domenica conduce In 1/2 h su RaiTre. Vive tra l’Italia
e gli Stati Uniti
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