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Micaela Ramazzotti: non puoi essere tirchia con l’uomo che ami

Venerdì, 17 febbraio 2012 11:54

«Devi fare il tifo per lui. Devi dare, senza stare a pesare quel che avrai in cambio». È il segreto di una donna capace di conquistare tutti con un sorriso, compreso Verdone che l’ha voluta per il suo ultimo film. Perché, spiega, «ho imparato che con gli scontri frontali non vai da nessuna parte». Se questa premessa vi convince, leggete e prendete appunti

di Erica Arosio - foto Francesco Escalar

La guardo e penso a una vecchia pubblicità, quella del cuore di panna. Micaela Ramazzotti ti si scioglie intorno, come nei film. Morbida morbida, impacciata e sorridente, anche sullo schermo passa senza soluzione di continuità da una storia all’altra, da un’epoca all’altra, con immutata leggerezza, inconsapevole del suo fascino e spesso pronta a farsi far del male dall’uomo del momento. Che, tanto, lei ha il cuore grande e ce la potrà fare a risorgere, dimenticando ferite e dolori. La sua femminilità disarmata arricchita da un non so che di antico mette quasi a disagio di questi tempi, abituati come siamo a donne che affrontano la vita imbracciando il mitra.
Tanto vale cominciare l’intervista partendo da qui.

Micaela, ma ci è o ci fa? È davvero la delizia che sembra?
Dice una cosa carina su di me e subito la mette in dubbio?

Non faccia quel broncio, che mi fa sentire cattiva.
Ma no, è che mi piaceva di più il complimento!

Allora faccia lei e mi racconti: scommetto che non litiga mai con nessuno.
Non mi viene da fare muro nelle discussioni. Quella cosa lì, quel tipo di durezza aggressiva non mi appartiene.

Vede che avevo ragione! Ma l’hanno disegnata così o l’ha imparato col tempo?
Non mi è mai piaciuto litigare. Mai fatto guerre, io. Le discussioni mi fanno star male e mi fanno pure sentire in colpa.

Ma quando c’è di mezzo qualcosa di importante?
Di così importante da scontrarsi con durezza, ammettiamolo, c’è pochino pochino. Non serve intestardirsi. È tutto così veloce, nella vita. Poi il tempo passa talmente in fretta che non vale la pena. Non è meglio essere tolleranti?

Beata lei che ci riesce. Le assicuro che non è da tutti.
Sarà perché sto attenta prima. Non mi ci infilo nelle situazioni che possono degenerare. Se qualcosa non mi piace, se mi sento montare la diffidenza, se l’istinto s’allerta, me ne sto alla larga.

Ma sa che è una meraviglia starle accanto? Non ci si graffia neppure con uno spigolino.
E lei lo sa che sentirsi dire queste cose da una donna è molto gratificante?

Perché le donne di solito non gliele dicono?
No, onestamente no. Per come la vedo io, le persone tutte spigoli sono solo chiuse. Io parlo e ragiono, posso seccarmi se ho l’impressione che uno si approfitti della mia gentilezza.

E in quel caso?
Mi faccio un pochino più in là. Non pensi che mi vada bene tutto, però. Ho le mie idee e me le porto avanti fino in fondo, con determinazione. Ma se incontro un prepotente, quello con me ha chiuso.

Ribadisco la mia ammirazione, ma intravedo anche della furbizia femminile. Scommetto che quando era piccola papà gliele dava tutte vinte.
Quasi tutte. Mi ricordo che una volta, avrò avuto quattro o cinque anni e c’era una gran mareggiata, volevo a tutti i costi tuffarmi fra i marosi. Mamma non voleva. E io sono corsa ugualmente in mare e ne sono pure uscita. Un maschiaccio.

Un maschiaccio lei? Impossibile.
Oh, altroché, giocavo coi ragazzini ed ero pure territoriale.

Scusi?
Segnavo il mio territorio e guai se me lo invadevano.

Lo fa anche suo figlio?
Ha solo due anni, il mio Jacopo, ma lo vedi già che è un maschio.

Da cosa si capisce?
Non per quelle cose sciocche che sostengono alcune mamme, tipo che i maschietti sudano. Sarà anche vero, ma andiamo! Io lo sento nella forza fisica, fai più fatica a trascinarlo e quando ti stringe la mano, lo fa con gran decisione. Le bambine, invece, le metti dove vuoi e lì stanno. I maschietti sono delle macchine instancabili.

Quando poi crescono, molto meno.
Ha ragione, dopo siamo noi donne a rimontare e gli uomini cominciano a stancarsi tantissimo per un nonnulla.

Me lo racconta come ha fatto a conquistare Carlo Verdone che l’ha voluta, unica donna con lui, Favino e Giallini, nel suo film Posti in piedi in Paradiso?
Mi ha chiamata... E mi ha reso una donna felice.

Non lo dica, che poi Paolo (Virzì, il regista suo compagno), che non solo la ama, ma l’ha anche scoperta e lanciata, poi s’offende.
No che non si offende, anche lui trova che Verdone sia un genio. Per me questo film rappresenta il riscatto vero.

In che senso?
Quando ero piccina, a 16 anni, e già facevo delle cosette, tipo pubblicità e i fotoromanzi, i compagni di scuola mi guardavano snobbandomi e commentavano: «E che sarà mai, mica t’ha chiamata Verdone!». Perché per noi, romani di Ostia, il cinema era solo lui. E adesso, mavvedi!, Verdone mi ha chiamata e faccio il cinema.

Servivano conferme?
Verdone è Verdone. Ha la maschera, quella che il pubblico conosce, ma dietro c’è l’artista inquieto, esigente, incontentabile. E tanto, tanto generoso. Ma li ha visti i nomi sui cartelloni? Ha messo quelli di tutti e quattro in cima: altri non l’avrebbero fatto e noi saremmo finiti più piccini, sotto all’autore.

Le faccio un altro complimento: nel film lei è brava e fa davvero ridere. Arrivare a Verdone è un po’ come, negli Stati Uniti, essere chiamate per interpretare Catwoman in Batman: una consacrazione.
La ringrazio, ma il film non fa solo ridere. Ci sono quei poveretti, Favino, Verdone e Giallini, padri appena separati, che finiscono quasi sul lastrico, perché le loro entrate sono prosciugate dagli alimenti che gli tocca passare a moglie e figli. Guardi che è un bel problema, certi uomini ti viene da proteggerli. Certo, anche le donne sono da difendere, ma la vita è bella complicata.

Però il suo personaggio, la cardiologa di cui s’innamora Verdone, ha i suoi guai.
Una cardiologa mica tanto affidabile. Una psicolabile, entusiasta, emotiva, in balia degli uomini e dei suoi sbalzi d’umore. Una disgraziata un po’ pasticciona.

Come tutte le donne che ha portato sullo schermo, che assomigliano a tante Marilyn di provincia, vulnerabili e luminose.
Gli spettatori si riconoscono di più nei disadattati e buoni a nulla, non nei vincenti. Non vale la pena di far gli eroi. E in questo film dovevo far ridere.

E allora?
Devi essere un po’ scema: se ti prendi sul serio, non farai mai ridere nessuno.

Anche nella vita non sembra tanto seriosa.
Assomiglio un po’ a queste ragazze dei film. Come loro, mi stupisco, mi innamoro e mi fanno diventare di buonumore le piccole cose.

Un esempio?
Bere un bicchiere d’acqua, veder un fiocco di neve. O un raggio di sole.

Questa però non ce la beviamo.
Va be’, sono meno sprovveduta dei miei personaggi e combino meno guai.

Penso che col sorriso sappia bene dove arrivare. E scommetto che ci arriva.
Sono tosta, se serve. Capricorno. Vado come un treno. Non l’ho mai scordato quello che mi dicevano quando era piccola.

Cosa le dicevano?
«Se prendi un impegno, devi andare fino in fondo, non ti far fermare da nessuno».

Ed eccola qua.
Papà mi ha insegnato a non arrendermi.

E dopo Verdone con chi le piacerebbe lavorare?
Per ora sto sul set di Pupi Avati. Per una serie televisiva, Un matrimonio, ispirata alla storia di sua madre e suo padre.

Con lui aveva già girato Il cuore grande delle ragazze, che raccontava la storia d’amore dei nonni di Avati. Ormai sa tutto di quella famiglia.
Ho iniziato con lui, nel 1999 con La via degli angeli.

Le donne di Avati hanno il cuore grande e le perdonano tutte ai loro uomini.
Le storie devi accudirle. Con gli scontri frontali non vai da nessuna parte.

Un segreto ce l’ha?
Devi crederci nell’uomo che hai al fianco. Devi fare il tifo per lui ogni giorno e devi farglielo sentire. Devi darti, senza far la tirchia e senza pesare sulla bilancia quello che avrai in cambio.

E adesso che è mamma?
Adesso è facile. Jacopo è la mia terapia. Tutto mi sembra così poco importante di fronte a lui, che non me la prendo più per le sciocchezze. Il tempo mi passa più in fretta e mio figlio me lo misura.

Qual è stata la sua prima parola? Mamma?
No, latte, ma aspetti che verifico con mia madre.

È sempre con lei.
Cosa ci vuol fare? Fino a 18 anni sei sempre a lamentarti della tua famiglia, poi, appena esci di casa, e io l’ho fatto a 19 anni, ti ci riaffezioni e i loro difetti ti inteneriscono. Capisci che l’apprensione è un modo di volerti bene. Sarà anche perché ho capito tutte queste cose che sono morbida, come dice lei.

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