Marilyn Monroe, 50 anni dopo È bello pensare che la bambola svampita, fragile dentro e procace fuori, fosse segretamente innamorata di Rilke e di Joyce
Lunedì, 6 agosto 2012 11:40
Mi piace pensare che Marilyn Monroe sia davvero quella divina creatura fragile dentro, procace fuori, che amava i libri, Rilke e Joyce, adorava l’arte, frequentava i circoli letterari ed era animata dall’ansia di perfezione. È il ritratto che un innamorato postumo, Mario Andrea Rigoni, ha delineato in un libretto a lei intitolato (edito da La scuola di Pitagora). È un lato nascosto, e imprevisto di una donna che conquistava col corpo, al più con la voce, ma certo non con l’intelletto. È vero, Marilyn prendeva anche di testa, come sanno i tanti intellettuali e scrittori invaghiti di lei. Ma si pensava che fosse portatrice sana di passione mentale, una splendida oca di platino, pur dotata di un naturale talento davanti alla macchina da presa; frutto di un esibizionismo acuito dalla vita, una ricerca di attenzione e d’affetto per compensare un’infanzia difficile.
A cinquant’anni della sua morte misteriosa, il 5 agosto del 1962, dopo il discreto ritratto nel film di Simon Curtis, Marilyn, è cresciuto lungo tutta l’estate un fiume di immagini, testimonianze, libri (come Marilyn&Magnum, un bel volume di immagini edito da Contrasto) e ricordi della sua parabola gloriosa che culmineranno nell’apoteosi di domenica prossima. Marilyn, breve vita e lungo mito.
Forse in Marilyn Monroe Rigoni ha proiettato un suo desiderio, ha ingigantito particolari della biografia o inevitabili interferenze nella sua vita di attrice della convivenza con uno scrittore come Arthur Miller (preceduto però dalle nozze con un campione di baseball). Ma è bello pensare che quella bambola svampita, quel fumetto erotico, quella grazia formosa di carne e celluloide avesse non solo un’anima malinconica e un carattere fragile ma anche una sensibilità verso l’arte e la letteratura. È ancora più bello pensare che il pudore che non aveva nel mostrare il corpo l’avesse invece per l’intelligenza.
Forse stiamo soltanto idealizzando un personaggio che rappresentava, agli occhi dei più, la vittoria della vita, dell’evasione, dell’attrazione sul pensiero, la lettura, la riflessione. Marilyn fu il mito americano che si fece carne e seduzione. Il sogno americano aveva le sue labbra e la sua voce, il suo corpo burroso e il suo sguardo misto di candore infantile e tempesta ormonale.
Marilyn è un mito biondo che la vecchiaia non oltraggiò, cara agli dei come James Dean, rubato alla Terra prima di lei, con la stessa infanzia triste alle spalle. Marilyn lasciò una scia dorata come le fatine, ma contornata di ombre sinistre, kennediane e non solo. E ora, a sorpresa, si scopre anche un amore impensato per i libri, quasi un desiderio di farsi diafana come la carta per sfuggire al suo destino carnale, al carcere della bellezza e alla morte precoce.
Marcello Veneziani - Editorialista de Il Giornale, saggista, il suo ultimo libro è Vivere non basta (Mondadori)
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