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La rivoluzione della politica I risultati delle elezioni amministrative dicono che i cittadini non si sentono più rappresentati dalla casta

La rivoluzione della politica I risultati delle elezioni amministrative dicono che i cittadini non si sentono  più rappresentati dalla casta

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Giovedì, 24 maggio 2012 12:00

Elezioni che cambiano il senso della politica in Italia. Più o meno questa è la valutazione unanime dei risultati usciti dalle urne domenica scorsa. La voglia di rinnovamento della classe dirigente ha motivato infatti questo voto e tre sindaci in particolare sono il simbolo di questa rivolta: Federico Pizzarotti a Parma, Marco Doria a Genova e Leoluca Orlando a Palermo. Tutto vero; è importante però anche capire le differenze di questo voto: i tre rappresentano infatti mondi politici molto distanti fra loro.

Federico Pizzarotti è, come si vede anche dalla grande attenzione mediatica che ha suscitato, il più  «nuovo» dei tre. Il suo è il profilo della moderna classe dirigente italiana in formazione. È di Parma, ha 39 anni, ha un diploma di maturità conseguita all’Ipsia, indirizzo elettronico, e vive nel mondo dei computer. Ha detto: «La mia passione di sempre è il computer, che utilizzo da quando avevo otto anni. Ho lavorato dieci anni come consulente per istituti bancari e finanziari in tutto il Nord Italia. Attualmente sono project manager (capo progetto) nell’area della information technology in un istituto bancario dell’Emilia-Romagna».

Persino nello sport è «nuovo»: la sua passione è il free climbing da cui, sostiene, ha imparato «l’importanza dell’impegno e della concentrazione». Esprime bene il mondo dei giovani nelle sue priorità («Il corretto trattamento dei rifiuti e l’efficienza energetica») e nel principio politico su cui poggia il suo programma («Non penso che il sindaco debba essere un tuttologo, ma mi piace pensarlo come un capo progetto, in grado di mettere in campo i migliori esperti per risolvere le problematiche della città. Penso che le soluzioni ai problemi non debbano nascere nel chiuso di stanze asettiche, ma in mezzo ai cittadini»).

Questo sentimento è simile a quello espresso dal neosindaco di Genova Marco Doria, che ha parlato di «distanza  da un modo di fare politica professionale, terribilmente lontano dal sentire dei cittadini». Ma è l’unico punto di contatto: tra i due primi cittadini prevalgono infatti le differenze. Sociali innanzitutto: Doria è nato in una delle più nobili famiglie italiane ed è infatti sbrigativamente definito «il marchese rosso». E poi ci sono quelle politiche: il genovese, anche se eletto sull’onda del voto di protesta, come il sindaco di Parma, ha tuttavia il sostegno del Pd cittadino, di Sel e Idv, tutti partiti che in Parlamento ci sono da anni.

L’ultimo sindaco della serie, Leoluca Orlando, forse non devo neanche presentarlo. Sì, è ancora lui, il «vecchio» (nel senso che lo conosciamo da sempre), leggendario ex sindaco di Palermo tre volte: nel 1985 con la Democrazia cristiana; nel 1993 (prime elezioni dirette), quando guadagnò il 75 per cento dei consensi con il suo movimento, la Rete, fondato dopo la velenosa rottura con la Dc; poi nel 1997 (confermato contro Gianfranco Miccichè). E oggi, per la quarta volta, con l’Idv, il partito di Antonio Di Pietro, dopo la scomparsa della Rete, che è confluita prima nei Ds di Romano Prodi e poi nella Margherita. Il suo è certamente un caso di enorme popolarità, ma è difficile definirlo di rinnovamento. Sarà il caso di fare attenzione, nei prossimi mesi, a cosa significano e come si sviluppano queste differenze.

Lucia Annunziata - Editorialista de La Stampa, tutte le domeniche conduce In 1/2 h su RaiTre. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti

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