La parte giusta della Storia? Niente di umano disturba la gioia dei terroristi che rivendicano attentati, con la proterva certezza di agire per una buona causa
Venerdì, 1 giugno 2012 11:47
Ricordatevi questo nome: Pietro Ichino. Tenetelo a mente, perché è un uomo in pericolo e quelli come lui si salvano solo se intorno a loro la società crea una rete protettiva collettiva. È quello che diceva Giovanni Falcone: la mafia uccide quando si rimane soli. Nella fattispecie, Ichino non è minacciato dalla mafia, o per lo meno non da quella abituale, ma da un’altra organizzazione criminale che alla protervia tradizionale aggiunge quella ideologica: il sentirsi dalla parte giusta della Storia.
Parliamo di Brigate rosse, anzi delle Nuove brigate rosse-Partito comunista politico militare (Pcpm), condannate lunedì scorso, 28 maggio, dal Tribunale di Milano per l’incendio della sede milanese di Forza Italia nel 2003, di quella padovana di Forza nuova nel 2006, e per altri attacchi che avrebbero dovuto colpire la sede del giornale Libero, il manager della Breda Vito Schirone e, appunto, il giuslavorista Ichino, docente ordinario di Diritto del lavoro all’Università statale di Milano e senatore del Partito democratico.
Un uomo di sinistra che ha proposto una riforma della legislazione del lavoro considerata dalle Brigate rosse un servizio reso al capitalismo. Non a caso su questo stesso fronte sono già caduti, uccisi da affiliati del terrorismo nostrano, due giuslavoristi, colleghi dello stesso Ichino: Massimo D’Antona e Marco Biagi.
Il senatore Pd, che vive sotto scorta da tempo, lunedì si è presentato in aula a Milano e il suo intervento ha dato vita a un confronto estremamente significativo con i brigatisti. Come ha poi raccontato anche in un articolo apparso sul Corriere della sera, Ichino ha proposto ai terroristi di rinunciare a costituirsi in giudizio contro di loro, in cambio «del puro e semplice riconoscimento del diritto a non essere aggredito». In altre parole, ha chiesto ai suoi potenziali assalitori di disconoscerne lo status di bersaglio: un baratto apparentemente solo filosofico, ma in realtà essenziale perché toglierebbe ai brigatisti la possibilità di agire in nome di una «buona causa».
Dalla gabbia degli imputati ha risposto Alfredo Davanzo, presunto ideologo del gruppo: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». Ci tengo a sottolineare due parole di questo passaggio: «dovere» e «sbarazzarci», come se l’assassinio fosse un obbligo per eliminare qualcosa di fastidioso (ci si sbarazza, infatti, di un frutto marcio o di un oggetto inutile). Dunque, in queste parole non c’è neppure un briciolo di umanità. Allo stesso modo, niente di umano ha disturbato la gioia degli anarchici del Fai Cellula Olga, quando, qualche giorno fa, hanno rivendicato la gambizzazione del dirigente dell’Ansaldo nucleare di Genova: «Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore, scelto e seguito l’obiettivo».
Nell’aula di Milano gli imputati e i loro parenti e amici al momento della lettura della sentenza d’appello hanno protestato urlando: «L’unica giustizia è quella proletaria, tribunali e carceri salteranno in aria».
Il processo alle Nuove brigate rosse non è stata una delle notizie principali di questa settimana, fra terremoto, scandali calcistici e crisi economica. Ma non dimentichiamolo: il terrorismo è di nuovo fra noi e ci accompagnerà a lungo.
Lucia Annunziata - Editorialista de La Stampa, tutte le domeniche conduce In 1/2 h su RaiTre. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti
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