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La fragilità non è un alibi

La fragilità non è un alibi

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Mercoledì, 30 settembre 2009 13:49

Care lettrici, cari lettori, che pensare di un’affermazione come “la forza è meno interessante della fragilità”? Lo dice a pagina 46 Valeria Bruni Tedeschi, l’attrice intensa e appartata che vedete su questa bellissima copertina allusivamente agreste di Gioia. Innanzitutto, a me viene in mente che è una frase molto da donne. Nel meglio e nel peggio. Sul lusso di poter essere fragili le donne hanno costruito in passato una vera epopea, e del resto non potevano fare diversamente. Ma ancora oggi è sulla scia persistente di quell’antico lusso che troviamo conforto. È il fatto stesso di ammetterla, la fragilità, e senza vergogna, a renderci leggere: di tanto in tanto ci si può abbandonare e vedersi in una luce meno tagliente, meno cruda. Quello che voglio dire è che ha ragione Valeria: la fragilità è poetica, la forza no. Sul piano artistico sicuramente, ma anche quando ripensiamo a noi stessi. Eppure, se guardiamo alla realtà, non tutto torna, tutto è mescolato e sfuggente. La fragilità può trasformarsi in forza: chi, uomo o donna, ha molto riflettuto sulla sua incertezza ha una solidità di roccia. Ma può pure diventare un retroterra assolutorio, un alibi per l’esercizio della forza. Magari anche nel senso più brutale del termine. Ha colpito tutti l’arresto del regista Roman Polanski per un reato commesso trentadue anni fa, un reato orribile, lo stupro di una tredicenne. Sappiamo dai suoi film quale fragilità si porti dietro quest’uomo geniale: l’infanzia nel ghetto di Cracovia, la morte dei genitori, l’uccisione della giovane moglie incinta da parte di una setta satanica. E possiamo immaginare come il mondo gli appaia in certi momenti: una zona fangosa e irrisolta di dolore e ferocia. Nonostante il successo. Credo che “anche” di questo si tratti in un caso così: fragilità che muta in violenza. Purché, appunto, non diventi un alibi. Tutto si può capire, ma intanto chi è colpevole deve pagare. . Raffaela Carretta

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