La crisi Greca e i parenti serpenti
Mercoledì, 10 marzo 2010 13:33
S i sa, non c’è niente di meglio del denaro per rovinare l’unità delle famiglie. Una perla di saggezza popolare che funge da commento perfetto per quello che sta succedendo in Europa. La scorsa settimana, quando i credit default swaps (assicurazioni sul rischio di fallimento di un’entità terza) sul debito greco hanno toccato i 250 punti base (contro i 52 della Germania, i 62 degli Stati Uniti e i 120 della Gran Bretagna) all’interno dell’Unione Europea è scoppiata una crisi che, secondo alcuni analisti, potrebbe portare a un disastroso fallimento dell’euro, la moneta comune.
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In sintesi: la Grecia ha un debito pubblico fuori controllo, il cui continuo aumento sta di fatto mettendo il Paese lontano dai parametri europei. Per amor del vero, quella della Grecia è una lunga storia di inadempienze del Patto di Stabilità dell’area euro, fissato intorno al 3 per cento del Pil, il Prodotto interno lordo. Atene non ha mai rispettato questo limite e nel 2004 il deficit greco è addirittura arrivato al 7,5 per cento del Pil stesso.
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Allora la Commissione Europea avviò un procedimento e chiese informazioni alla Grecia per mettere a punto un piano di riordino fiscale, scoprendo però un ulteriore scandalo: per entrare in Europa il governo della nazione aveva falsificato i dati sul deficit nel periodo 1997-1999, riducendone l’entità di circa la metà. Atene, insomma, oggi non dovrebbe nemmeno far parte dell’Unione.
Insieme a quella greca, allo stato attuale sono in affanno anche altre economie, cresciute negli anni passati grazie a un alto livello di spesa pubblica. A eccezione dell’Irlanda, si tratta di tutti i Paesi dell’Europa meridionale, Italia inclusa. Il timore è che, a partire dalla Grecia, si stia mettendo in moto una vera e propria frana finanziaria in grado di mettere a rischio l’esistenza stessa dell’euro. È opportuno notare che, mentre si lavora alacremente per dare un sostegno agli argini del sistema, la crisi sta mettendo in circolazione una sorta di veleno che alimenta le vecchie ombre e le radicate divisioni dell’Europa.
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Come sempre, il linguaggio è lo specchio migliore di queste tensioni. Un esempio? I Paesi dalle economie sotto pressione sono oggi, come si diceva, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna. Le iniziali di queste nazioni danno origine all’acronimo PIIGS, che, al netto di una I, in inglese significa Porci. Non è una battuta da bar: da giorni, su molti giornali i Paesi in questione vengono definiti con questo soprannome. Altro esempio? Due importanti politici tedeschi hanno chiesto alla Grecia di vendere alcune delle sue isole per ripagare il debito, cioè di svendere suolo nazionale. Neanche questa è una battuta. Alcuni politici greci hanno immediatamente replicato proponendo che la Germania paghi allora i danni di guerra dei nazisti. In effetti, questo linguaggio brusco è una spia precisa di quanta paura circoli oggi in Europa. Ma anche di quante memorie e differenze irrisolte ci siano ancora sotto le ceneri della nostra unità. Speriamo che le teste d’uovo di Bruxelles trovino presto il capo del filo. Sotto la saggezza del Vecchio Continente, ci sono ancora molti nervi scoperti.
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di Lucia Annunziata - Editorialista de La Stampa, ogni domenica conduce In 1/2 h su Raitre. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti.
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