Julie Otsuka: noi che sposammo una fotografia
Giovedì, 14 giugno 2012 15:40
Erano vergini e poverissime. Così, all’inizio del 900, lasciarono il Giappone, attraversarono l’oceano e approdarono in un Paese sconosciuto per diventare mogli di uomini che non avevano mai visto. Avevano soprattutto paura di scomparire, ma non è stato così. Perché oggi le loro voci sono diventate un romanzo
di Paola Maraone
La più piccola ha 12 anni, la più grande 37. Le vergini giapponesi salpano a ondate per attraversare l’oceano e raggiungere i promessi sposi, visti solo in fotografia, sulle coste della California. Li riconosceranno? Sapranno amarli? Sarà felice, la vita con loro? Ha il passo della saga collettiva, ma Venivamo tutte per mare è la storia vera di migliaia di donne che per sfuggire alla miseria, all’inizio del 900, decisero di andare in moglie ai connazionali emigrati in America. E che per attirarle spedivano in patria ritratti di giovani aitanti raccontando di essere banchieri o commercianti: ed erano, in realtà, schiavi nei campi o nelle case dei ricchi. Julie Otsuka, cittadina americana di origini giapponesi, al suo terzo romanzo con questo capolavoro pluripremiato in tutto il mondo, mi aspetta al Festival Letterature di Roma appena spettinata dal jet leg. Soffoca con garbo gli sbadigli, mi guarda enigmatica e attenta, esitando ogni volta - per un istante quasi impercettibile - prima di rispondere.
Per raccontare questa storia, registrata negli annali ma sempre rimasta in ombra, ha fatto la scelta inusuale di impiegare come soggetto il «noi»: il protagonista del racconto è un gruppo di donne, un organismo collettivo.
Il «noi» mi pareva molto adatto a una folla di donne sradicate, la cui soggettività è più volte minacciata, sempre a rischio di negazione.
A partire dai sogni di queste donne, destinati a infrangersi all’arrivo nella terra promessa: i mariti non sono gentiluomini eleganti ma rozzi contadini, che le danno per scontate fin dal primo momento.
Una storia che si ripete da sempre, ancora oggi, in tutto il mondo. Non trova? Non c’è niente di inatteso a quel che accade alle spose giapponesi, la prima notte trascorsa tra le braccia dei mariti: «Ci presero anche se avevamo ancora il mal di mare e il terreno non aveva smesso di oscillarci sotto i piedi... ci presero con violenza, usando i pugni quando cercavamo di resistere».
Prevedibile e terribile.
Anche se la minaccia più potente, per queste donne, non è la violenza ma la cancellazione. Quel che temono più di ogni altra cosa è essere ridotte a nulla, si chiedono di continuo se a qualcuno importi davvero di loro: «A volte ci guardavano senza vederci, ed erano sempre i momenti peggiori. Qualcuno almeno saprà che sono qui?».
L’arrivo in una terra straniera, dove le persone hanno abitudini completamente diverse, a volte incomprensibili, non rende le cose più facili.
Agli occhi delle giapponesi di inizio 900 i bianchi appaiono certo come stranissime creature. Molto alti, pelosi, rumorosi e maleducati: mangiano carne di manzo a un funerale, puzzano di latte e di formaggio, giocano a immaginare la faccia di una persona scrutando la luna, usano per pulirsi il naso curiose pezze di stoffa che poi ripongono in tasca per riutilizzarle. Per giunta, le guardano con sospetto. Però, dopo anni di fatiche per farsi accettare, queste donne ce la fanno. Diventano domestiche richiestissime, o contadine dalla mano fatata che in pochi anni fanno fruttare il terreno meglio degli americani, che quel terreno ce l’hanno da secoli.
Che peso ha, in questo, la provenienza? Quanto conta lo stereotipo che vuole le giapponesi lavoratrici indefesse, devote ai mariti, incapaci di lamentarsi?
Io trovo che i cliché esistano per una ragione. Nello specifico, è vero che la cultura giapponese privilegia il lato collettivo e il senso del dovere. Questo è un dato culturale. Così come servire il proprio uomo, cent’anni fa, era un diktat impossibile da ignorare. D’altro canto queste donne hanno dimostrato di essere tipi molto avventurosi. Hanno lasciato la loro patria, tanto per cominciare.
Hanno lasciato la miseria. O così speravano.
Ma anche, in molti casi, un passato ingombrante e doloroso: come un figlio illegittimo che sapevano non avrebbero rivisto mai più. Mi sono documentata ossessivamente: le storie che emergono qua e là - anche solo accennate - dal «noi» della narrazione sono molto accurate.
A proposito di diktat, queste donne però ne hanno anche infranto qualcuno. Penso all’usanza di «salvare la faccia» prima di tutto.
Quando, nella seconda parte del libro, all’attacco di Pearl Harbour i giapponesi vengono spediti dal governo Roosevelt in campi di internamento e sono costretti a lasciare le case in cui hanno vissuto per decenni, le donne preferiscono infrangere rumorosamente a terra i loro servizi di piatti, piuttosto che venderli per pochi penny alle americane. Quindi, scelgono di non «salvare la faccia», di non recitare.Una decisione non conforme, e che io applaudo.
La storia delle donne di questo libro è anche la storia della sua famiglia. Che ne fu di loro dopo la guerra?
A migliaia, mandati via dai centri di raccolta, tentarono di trasferirsi nuovamente in Giappone. Non sapevano che laggiù la situazione era ancora più disastrosa. Altri, come i miei famigliari, rientrarono in California, pur sapendo di non essere ben accetti. Mio nonno ebbe tre infarti, mia nonna si mise a lavorare come cameriera per mantenere tutta la famiglia.
La dura scorza delle giapponesi...
Questa è una questione di genere più che geografica. Le donne sono abituate a portare il proprio peso e anche quello altrui. Del marito, prima di tutto.
Molte delle «spose per posta», alla fine, riuscirono anche ad amare i propri compagni.
Attraversare assieme periodi molto duri, in genere, avvicina le persone. In effetti poche coppie si separarono, e dalle mie ricerche risulta che alcuni matrimoni, dopo un inizio difficile, furono felici.
La vita fu un po’ più facile per i figli degli immigrati?
Indubbiamente. Sono persone che vivono tuttora in California, hanno oggi 80, 90 anni, parlano un americano perfetto e sono ottimamente integrati. Quando li incontro sorrido: penso sempre che questi «grandi vecchi» mi hanno spianato la strada, e in qualche modo mi fanno sentire con le spalle coperte.
Rispetto alla «tribù selvaggia» degli americani, come li chiama nel libro?
È una notazione ironica ma, assieme, profonda. La maggior parte degli americani non capiscono quanto sia difficile inserirsi in una società tutt’altro che aperta, come la loro. Oggi come cent’anni fa, le condizioni degli immigrati sono molto dure. E avere un aspetto «diverso» suscita, quasi sempre, grandi pregiudizi.
GEISHA O NON GEISHA?
In Giappone si legge moltissimo e la maggior parte degli scrittori produce a getto continuo saggistica e articoli, che si alternano all’uscita di romanzi e racconti. L’universo delle autrici femminili ha guadagnato campo negli ultimi decenni, ma rimane condizionato da una mentalità più maschilista e tradizionalista di quanto si possa credere, soprattutto nel mondo del lavoro.
Tra gli altri nomi spicca Banana Yoshimoto, famosissima anche in Italia (l’ultimo suo romanzo, pubblicato da Feltrinelli, è High & dry. Primo amore). Una delle contestatrici più formidabili delle istituzioni sacre alla società nipponica, sempre in bilico tra noir e romanzo di formazione, è Natsuo Kirino: da uno dei suoi ultimi romanzi, L’isola dei naufraghi (Neri Pozza) è stato tratto un film. Masami Saionji, discendente della famiglia reale di Okinawa ed esperta in Positive thinking, ha pubblicato in Italia La chiave della felicità - Parole di luce e di saggezza (Sonzogno), collezione di brevi meditazioni per raggiungere l’equilibrio interiore.
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