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Jamaica Kincaid: la felicità è l’interruzione di un flusso triste

Giovedì, 19 luglio 2012 12:38

Qualcosa che squarcia l’irritazione del quotidiano, dalla mattina alla sera. Troppo deprimente? Benissimo: “Con quel che scrivo mi stupisco di avere un pubblico fedele. Ma io ho bisogno di sfidare il mondo”. E, credeteci, vale la pena di essere travolti dai romanzi esatti, scomodi, della grande signora caraibica

di Paola Maraone

Sembra sbucare dal nulla sul terrazzo dell’hotel di Capri (dove è ospite del festival Le conversazioni), questa splendida sessantenne assieme regale e sciatta: come se, da New York, fosse arrivata qui con il teletrasporto, uno sbuffo di jet lag ancora tra i capelli, l’abito lungo un po’ scucito sul retro, eppure elegante, amabile, attentissima al posto che le parole occupano nel mondo. «Lasci, la prego, che le spieghi meglio», è il micro-tormentone di Jamaica Kincaid, una laurea ad honorem ricevuta dalle mani di Barack Obama, più di 30 anni di carriera alle spalle per un pugno di racconti e romanzi esatti, travolgenti e scomodi. Fotografano nel tempo la sua migrazione, a 16 anni, da Antigua a New York, poi il lavoro da ragazza alla pari in una famiglia bene, la metamorfosi da colf a scrittrice, il matrimonio con il figlio del direttore del New Yorker, dove ha lavorato «fino all’arrivo di una sgradevole signora inglese, nel 1996: Tina Brown»; la morte del fratello minore per Aids, infine il recente divorzio. Che è l’oggetto del suo nuovo libro, See now then, in uscita in autunno negli Stati Uniti (in Italia lo pubblicherà Adelphi), su cui per ora la Kincaid resta volutamente criptica, sbottonandosi appena: «Per la prima volta ho parlato del fallimento del mio matrimonio, dei miei figli, della mia vita come madre. Delle complicazioni dell’amore, e del fatto che non puoi mai conoscere fino in fondo una persona».

Nemmeno se è tuo marito?
Non faccia l’ingenua! Soprattutto se è tuo marito. Non possiamo conoscere fino in fondo gli altri perché non conosciamo noi stessi. E questa è stata, per me, una rivelazione.

 
Però, in fondo, doveva saperlo: da sempre sostiene di non credere che le storie, di qualunque genere, possano avere un lieto fine.
In effetti no. Non credo nel lieto fine. Ma poi, tutto sommato, neanche nella fine delle cose. Nemmeno la morte lo è; le azioni della gente si perpetuano, continuano a esistere, pesano sulla vita delle altre persone anche per secoli. Penso a tutti quei re d’Inghilterra che mi hanno fatto studiare a scuola, e che mi hanno funestato la vita. 
A proposito di vita: quando, a 16 anni, si trasferì dalle Antille agli Usa si immaginava che la sua sarebbe stata così?
Movimentata, intende? No. Credevo che sarei rimasta povera per sempre. E sola. Lo ero quando sono arrivata in America, allontanata a forza da casa mia, dalla mia famiglia. Non potevo immaginare che poi avrei vissuto bene. Relativamente, intendo.

Ora mi dirà che la felicità non esiste.
In effetti, però, la inseguo. La felicità è l’interruzione di un flusso triste, tragico, fastidioso. La felicità è qualcosa che possiamo chiamare divino e che ogni tanto – solo ogni tanto – squarcia l’irritazione di base che ci accompagna ogni giorno dal momento in cui, se appena siamo consapevoli dei nostri limiti come esseri umani, ci alziamo dal letto al mattino.

Suona un po’ pessimista.
Vero, e anche un po’ deprimente. Del resto, dopo tanti anni mi stupisco ancora, quando scopro di avere un pubblico che mi segue e mi apprezza: con quel che scrivo ambisco a peggiorare la vita di chi mi legge, magari solo in maniera transitoria.

Sembra sincera. Anche se questo implica che qualcuno la detesti?
Mi piace anche piacere, per carità. Però sono consapevole del fatto che c’è chi mi disapprova, e ho imparato a godermelo. E così, quando scopro che qualcuno mi disprezza, tendo a indossare questo disprezzo, come fosse un onore.

È questo a darle la spinta necessaria per scrivere?
Oh! Sarei persa, senza la sensazione di antagonismo che percepisco nei miei confronti da parte della gente. Scrivere per me è un atto di coraggio che nasce dal desiderio di sfidare, di contrappormi.

Non è un tipo zen, insomma. Non ama sentirsi in pace con il mondo.
Spero di non esserci mai, in pace! Mi sembrerebbe la morte. Certo, sono andata dallo psicologo, ho preso degli antidepressivi. Ma non bastano a sentirsi in pace, mi creda. Preferisco il disagio: è uno stato mentale con cui ho estrema familiarità e da cui non mi interessa affrancarmi. Non mi interessa avere il controllo della situazione.

A leggere i suoi libri non è difficile intuire che questo tragga origine dal rapporto con sua madre.
Mia dannazione e salvezza. Ambivalente e spietata: mi dava la vita al mattino per uccidermi la sera, diversamente da come ha fatto con i miei fratelli maschi, venuti dopo di me.

Capisco la dannazione, non la salvezza.
Il mio fratello più piccolo è morto di Aids nel 1996. Ho provato un dolore immenso, ma ho sempre pensato che sia, in qualche modo, vissuto costantemente nella morte. La sua vita era un continuo stato di attesa di qualcosa che stesse per compiersi, e che non è mai accaduto.

 
Come se morisse tutto il tempo.
Proprio così. Quando mi occupavo di lui da malato, avevo la terrificante sensazione che la sua sorte interessasse più a me che a lui, e lo trovavo ingiusto. La sua vita era priva di forma, e avrebbe potuto essere la mia. Quel che ci ha distinti è che io, a mia madre, non piacevo. Soprattutto crescendo, sembrava che provasse repulsione nei miei confronti. Ho dovuto imparare a difendermi da lei e a salvarmi da sola.

Per questo cambiò nome, da Elaine Cynthia Potter Richardson a Jamaica Kincaid?
Volevo liberarmi da certi pesi e scrivere quel che mi andava sulla mia famiglia. Venni scoperta subito, ma in ogni caso mia madre giurava di non avermi mai letto. Sapevo che non era vero ma ho sempre finto di crederle.

Che contorcimenti.
Vero? La vita è una continua negoziazione. L’importante è non seguire schemi predefiniti e improvvisare ogni volta una strategia diversa.

Lei ha due figli, un maschio e una femmina. Come sono i rapporti tra voi?
Più fluido quello con il maschio, difficile quello con la femmina. Temo di non piacerle, proprio come mia madre non è piaciuta a me. Anche se a differenza di mia madre io chiedo scusa, quando sbaglio.

Sono complicati, i legami tra donne: però, anche nei suoi libri, più forti di quelli con gli uomini.
Le donne sono potenti, versatili, assennate, discrete. I rapporti tra loro sono onnicomprensivi, riescono ad abbracciare diverse sfere dell’emotività.
Per questo l’infatuazione omosessuale, o anche l’amore vero per un’altra donna, pur essendo una costante nei suoi racconti, non è mai un problema.
Non è nemmeno una questione. E mi diverte, anche dal punto di vista letterario, giocare con i generi.
Come quando ha scritto: «Non ho mai conosciuto un uomo più forte di mia madre».
(Ride, ndr) Vero! E nei miei racconti l’ho spesso descritta non come una dea, ma come un dio. Era tra le donne più influenti di Antigua, se non la più influente in assoluto. Le folle l’ascoltavano anche se era poverissima, certo non in cima alla scala sociale. La sua miglior qualità era dire apertamente quel che le passava per la testa.

Sembra una virtù. La sta riabilitando?
Qualcosa mi ha insegnato. Da lei ho imparato a dire alla gente quel che penso, sempre. Se sai pronunciare un bel «vaffa», in fondo, sei l’uomo più ricco del mondo. 

CARAIBI: LE MILLE E UNA STORIA

I Caraibi, compresa Antigua (ex dominazione britannica), sono storicamente un luogo di mix culturale e di passaggio per molte civiltà: Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda. L’incontro-scontro tra popoli ha prodotto una ricchezza inaudita quanto a creatività letteraria: tra  i maggiori talenti Derek Walcott, nato a Santa Lucia (Piccole Antille) nel 1930, nel 1992 insignito del premio Nobel per la letteratura, che di sé ha scritto: «Ho dell’inglese, del negro e dell’olandese in me... sono nessuno, oppure sono una nazione».

Anche Sir Vidiadhar Naipaul, originario di Trinidad poi naturalizzato britannico, tra i maggiori scrittori viventi, nel 2001 ha ricevuto il Nobel con la seguente motivazione: «Per aver unito una descrizione percettiva a un esame accurato incorruttibile, costringendoci a vedere la presenza di storie soppresse».

Nato a Cuba, invece, Pedro Juan Gutiérrez, è stato strillone, gelataio e soldato zappatore prima di diventare scrittore, celebre soprattutto grazie a La trilogia sporca dell’Avana e a Memorie del figlio di un gelataio.

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