Il talento di Amy
Giovedì, 28 giugno 2012 11:23
Care lettrici, cari lettori,
ho letto d’un fiato l’intervista (pagina 46) a Mitch Winehouse, il padre della popstar Amy, uccisa un anno fa dall’alcol senza nessuna sorpresa: si sapeva infatti tutto di lei, nel modo in cui si pensa di conoscere chi occupa i giornali con la propria faccia, soprattutto se si tratta di una maschera toccante come la sua, con quegli occhi immensi al centro.
Si conoscevano eccessi, fragili amori, derive autodistruttive, rinascite brevi. Si conosceva la voce meravigliosa, capace di liberare subito quella parte
di sé che imprigiona lo struggimento infantile di crescere e amare. Una voce che aveva venduto in una stagione breve ben 22 milioni di dischi.
Eppure, dice suo padre, «Amy non fu mai davvero sicura del suo talento. Pochi giorni prima di morire volle riguardare con me alcune delle sue riprese su YouTube: pensi che io sia brava, papà? Aveva un’ansia fortissima, e così beveva, per rilassarsi diceva». Certo, non tutte le storie si somigliano, e questa esagerata di Amy poi meno di tutte, spezzata improvvisamente come la punta di una matita troppo forzata da chi scriveva.
Però, c’è un fatto: si parla spesso della mancanza di meritocrazia, dell’ingiustizia che spinge in alto chi non ha talento, ma pochissimo dell’importanza di riconoscere il talento in se stessi, salvandolo dai dubbi, proteggendolo dal giudizio degli altri e forse soprattutto dal proprio. Perché, a ben vedere, sembrano due nodi del medesimo fazzoletto. Come se l’assenza di sensibilità e capacità sia pian piano diventata una forza,la garanzia di quella durezza o faccia tosta necessarie a farsi largo in società.
E, viceversa, la loro presenza un indice sicuro di instabilità.
E ci sarà una ragione in come stanno girando le cose se scendere a patti con il proprio talento, anche piccolo, è diventato così difficile.
Raffaela Carretta - direttoregioiahearst.it
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