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I tacchi di Rachida hanno aperto una strada

I tacchi di Rachida hanno aperto una strada

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Mercoledì, 10 marzo 2010 12:46

Care lettrici, cari lettori,
c’è qualcosa di sfrontato nella liscia faccia ambrata di Rachida Dati, l’ex ministro della Giustizia francese che intervistiamo a pagina 60, un bagliore impunito che luccica al fondo dello sguardo, e spiega perché è molto amata o molto detestata. L’ha molto amata, in senso politico, checché sussurrino le dicerie di palazzo, il presidente Sarkozy che l’ha notata, elevata, protetta. E poi mollata dopo la sua gravidanza di single (con padre tenuto rigorosamente ignoto), esiliandola al Parlamento europeo. L’ha ammirata ed esibita la stampa, non solo francese, quando era all’apice della gloria: la maghrebina che ce l’ha fatta, anche bella, e parecchio elegante, sempre oscillante sui tacchi alti. Salvo poi, cambiare rotta dopo la sua cacciata dal governo. Ma a parte le ascese e cadute da personaggio pubblico, al di là della politica, l’aspetto interessante è un altro. È qualcosa che ha a che fare con noi: la sua parabola di immigrata-modello, quella che vorremo, che è come ci piacerebbe fossero tutti loro. Integrata, per niente lagnosa sulle sue origini, dura quanto chiunque. Una di noi. Eppure con qualcosa di fastidioso che deborda e prende la mano: troppa sicurezza, troppa vita sentimentale complicata, troppo amore per il lusso. Non un’immigrata che sembra una di noi, ma un’immigrata che si comporta davvero come una di noi. Mentre la povertà di partenza, la lunga gavetta, i rischi corsi nel mondo dei potenti, richiederebbero per essere accettati una certa sobrietà, un’attitudine più pensosa, qualche richiamo alla sofferenza. E più continuità con l’indigenza passata. Pena l’indignazione popolare: «Alcuni credono che non dovrei permettermi di vestire Dior perché sono figlia di immigrati». Rachida non vuole fare penitenza. Per questo è sfrontata. Per questo, la sua sorte capovolta, che ci piaccia o no, ha aperto una strada.
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Raffaela Carretta

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