HOME | I guardiani dell’inno di Mameli fanno le pulci a chi non canta sugli spalti degli stadi. Ma non sarebbe meglio farle a chi non paga le tasse?

I guardiani dell’inno di Mameli fanno le pulci a chi non canta sugli spalti degli stadi. Ma non sarebbe meglio farle a chi non paga le tasse?

I guardiani dell’inno di Mameli fanno le pulci a chi non canta  sugli spalti degli stadi. Ma non sarebbe meglio farle a chi non paga le tasse?

Zoom

Giovedì, 5 luglio 2012 11:36

Se un pregio va riconosciuto al carattere degli italiani, è quello dello scarso sciovinismo. Il nostro difetto, caso mai, è all’opposto: esterofili sempre, viviamo nell’invidia perenne dell’erba del vicino, più verde e meglio curata. D’altra parte, le facce dei nostri connazionali in gita a Parigi o a Berlino sono tutte un programma: non si capacitano di come francesi e tedeschi curino i loro spazi pubblici e valorizzino le proprie risorse culturali. Proprio al contrario di ciò che avviene da noi, dove la buona manutenzione viene di solito riservata alle aree private e ciò che è pubblico resta abbandonato e mal tenuto, come fosse terra di nessuno.

Ecco perché trovo un po’ ridicolo il risveglio di patriottismo scatenato dall’avventura europea della Nazionale di calcio. Che si tifi Italia mi pare ovvio. Ma che un numero crescente di acuti osservatori si sia dedicato alla lettura del labiale dei calciatori per verificare se sanno a memoria l’inno di Mameli mi pare francamente ridicolo. Non basta. In quei minuti terribili che precedono la partita si controlla chi canta più convinto, chi mostra più trasporto e commozione e chi si mette la mano sul cuore. Si vigila che al labiale corrisponda opportuna fonazione. Si controlla che tutti vadano a tempo. Quanto al significato, nemmeno il più sfegatato dei patrioti può certamente pretendere che si comprenda l’incomprensibile: «Le porga la chioma/che schiava di Roma/Iddio la creò». Sì, ma che vuol dire?

Ammettiamolo, abbiamo per inno una brutta marcetta e ne vorremmo uno più bello, magari come quello tedesco o americano. E se proprio dobbiamo tenerci Mameli, almeno non mettiamo in croce chi canta fuori tempo. Com’è successo a Mario Monti nella notte della finale europea a Kiev. Anche lui beccato impreparato in tribuna dai pasdaran del patriotticamente corretto: «Monti non canta l’inno, poteva anche restare a casa», titola Il giornale impietoso. Costringendolo a difendersi pubblicamente: «Io ho cantato l’inno», spiega il premier. «Capisco che oggi è importante, ma qualche decennio fa non usava».

La verità è che anche Monti, come capita a molti di noi, è andato clamorosamente fuori sincrono. Ma che uno si debba scusare di fronte al nuovo tribunale dei bravi italiani fa un po’ ridere. Abbiamo avuto, non molto tempo fa, un presidente del Consiglio (indovinate chi) che usava correntemente l’espressione «mettere le mani nelle tasche degli italiani» al posto di «pagare le tasse». Eppure i guardiani di Mameli tacevano, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Ecco, a me che uno canti l’inno, faccia l’alzabandiera o si infili l’elmo di Scipio me ne frega il giusto. Ma a chi non paga le tasse toglierei volentieri il passaporto prima di spedirlo nelle patrie galere.

Corrado Formigli - Il giovedì sera conduce Piazzapulita su La7

commenta | tags: , | permalink

Inserisci il tuo commento