I dolori del giovane Pato
Giovedì, 19 aprile 2012 12:15
È il quattordicesimo infortunio per il giovane attaccante del Milan. E il quattordicesimo mese d’amore con Barbara Berlusconi, sua datrice di lavoro. Storia impossibile? Forse no. Perché papà Silvio ha rifiutato di vendere il giocatore claudicante e mamma Veronica se lo coccola come un gioiello. E la strana favola potrebbe finire così: il Papero ha perso lo stadio, ma ha trovato una famiglia
di Giancarlo Dotto
La maledizione insiste e ha ora la trama incalzante di una macumba. I dolori del giovane Pato sono diventati cronache quotidiane dall’infermeria. Quattordicesimo mese d’amore, quattordicesimo infortunio e muscoli in ogni caso infranti. L’ultimo crac ha lasciato sgomenti. Al cospetto di un Messi che scoppia calcio e salute, il Papero s’affloscia in mondovisione al primo tiepido scatto. Era entrato da poco, 14 minuti (e quanti se no?), reduce dal viaggio della speranza in America. I medici l’avevano riconsegnato clinicamente e pomposamente guarito al suo allenatore.
Alexandre ci prova, va, si lancia, ma è il primo a non crederci. Si ferma subito, la mano alla coscia, che non è più un gesto ma un riflesso. L’automaton della marionetta fulminata. Retrocede a capo chino in panchina, Pato, voglioso solo di sotterrarsi in quella che è ormai la cuccia della sua vergogna ancora prima che del suo male oscuro. Di come anche i suoi scolpitissimi muscoli da laboratorio, come tutto il resto della vita, dichiarino la loro scellerata appartenenza al mondo dei fantasmi piuttosto che a quello della scienza. Che sarebbe a dire, l’inconscio strappa non solo l’anima.
E tutto, ma proprio tutto, sotto lo sguardo della sua Barbara in tribuna, costretta da dirigente a fingersi impassibile, autorizzata da donna a gemere solo di dentro per quel suo vulnerabilissimo, amato pennuto, che più si rompe e più torna nello sguardo e nelle esitazioni il terzo figlio di cui forse non sentiva il bisogno. Cinque anni più giovane di lei all’anagrafe, ma chissà quanti di testa e di corso, lei già madre plurima, lui calciatore a regredire nella ricreazione permanente della palla, piovuto un giorno dal Brasile meno glamour dell’interno e diventato allo stesso tempo suo amante e suo dipendente. Condizione che farebbe la vertigine di un giovane Masoch, ma forse troppo per un’anima semplice che fin lì, pallonate a parte, aveva stampato cuoricini in aria per una mediocre attrice di telenovelas, evaporati in fretta lei e i cuoricini. Cresciuto troppo velocemente, il ragazzo, dilatato dentro muscoli e dentro una storia troppo più grandi di lui.
Una storia inspiegabile oltre che improbabile, quella dei due. Lei rampolla di secondo letto di Silvio Berlusconi, ben nata in Svizzera e meglio destinata ovunque, la benedizione padrina di Bettino Craxi, educata alla scuola steineriana, gallerista d’arte e laureata in Filosofia con una tesi su Amartya Sen, premio Nobel in economia. Lui che a sette anni cacciava le puzzole e già concupiva i mercanti del calcio, a cominciare dal padre Geraldo che, appena può, lo spedisce altrove, lontano da casa, a fare cassa, spiegandogli forte e chiaro che la sua famiglia è e sarà solo quella che discenderà dai dollari del suo talento.Ha 11 anni quando se ne va, non troppo diverso da un pacco e già con la patente di miracolato. L’anno prima l’avevano operato appena in tempo per un tumore osseo al braccio.
Anche fisicamente, l’abisso. Due mondi che non s’incontrano mai e, quando s’incontrano, ci mettono una vita a riconoscersi. Lei bionda, vaporosa, fatta per galleggiare in copertina, tutte le forme ma anche l’imperiosa seduzione di mamma Veronica; lui platealmente forgiato in un conio di massa, la faccia qualunque dei poveri, buia per assenza di luce, gonfia per mancanza di prospetto, sopra un corpo, giura chi lo ha visto, da dio greco. Che i due s’incontrino e finiscano per amarsi è solo, esclusivo merito della meravigliosa sopraffazione ormonale che spesso nelle donne, e in questo caso in Barbara, stravince sul senso e se ne infischia del censo. Innamorarsi a Milano, questa volta, è un pezzo non di Memo Remigi ma di Leo Ferrè.
Meraviglioso il tutto sì, ma insidioso. I paparazzi esultano, ma tutto il resto? La donna diventa il diavolo quando obbedisce a ciò che non si comanda. Vi ricordate la triste storia di Germano con la contessina Giovanna, erede Agusta, il principe delle moto e degli elicotteri? Anche lì il Milan, quello di Nereo Rocco e di Gianni Rivera, anche lì un brasiliano, anche lì una storia bella, romantica, ma insensata, una storia che scatena sintomi per non dire guai, che non sta in piedi come non stanno in piedi i muscoli di Pato.
In quel caso l’opposizione della famiglia di lei fu esplicita, brutale, i due fuggirono in Belgio con la loro bambina, si nascosero in pensioni di terz’ordine, ma alla fine dovettero cedere, non al diktat della famiglia ma a quello del senso o dello spartito. Principe azzurro rovesciato, Germano morì cenerentolo e calimero in miseria, dimenticato a 55 anni in chissà quale provincia sperduta del suo Brasile.
Su Pato si addensano più lievi ma non meno sinistre sciagure. Al di là delle battutacce dei compagni o dei tifosi che fanno da sempre disinvolta caserma sui nessi tra l’amore e il malore, la donna mantide e il guerriero svuotato, resta l’indubitabile storia in perfetta simmetria temporale di un amore impossibile che diventa possibile e di un calciatore possibile che diventa impossibile. Di femori che una volta erano ferro e ora sono carta.
Paralizzata Barbara, nell’ingestibile conflitto tra la donna che ama e la manager che deve fare i conti con un capitale che rischia di andare in fumo. Al momento ci ha pensato Silvio, cuore di papà, respingendo eroicamente, e c’è chi dice stoltamente, al mittente i 28 milioni offerti dagli arabi del Paris Saint-Germain. Pato resta, anche infermo e claudicante, un gioiello di casa Berlusconi. Amato e istruito da Barbara, coccolato da Veronica e protetto da Silvio. Nella saga omerica dei pennuti, da Disney in poi, nella versione o meno del canto del cigno, quella di Pato può aver perso uno stadio ma trovato una famiglia. Dai Caraibi alla Costa Smeralda, i rifugi e le stanze non mancano per meditare sulle conseguenze dell’amore.
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