Fabio Volo: sono pronto per fare un bambino
Venerdì, 9 dicembre 2011 14:55
I suoi libri, la sua radio sono stati il manifesto di chi non vuole crescere. E anche lui, per anni, ha fatto il battitore libero: niente fidanzata, niente figli, niente famiglia. “Pensavo: se mi innamoro soffro, se soffro non lavoro”. Ma ora che ha quasi 40 anni, e torna con un nuovo libro, un nuovo film e un nuovo programma tivù, si è accorto che non sempre le cose sono come te le immagini. E che solo accanto a qualcuno capisci chi sei
di Federica Furino - foto Max & Douglas
«Ha letto il mio libro?». «Ammetto di non averlo ancora finito». «Lo finirà, vero?». «Prometto di sì».
La prima domanda la fa lui, sgranocchiando fagioli giapponesi in un ristorante di Milano, seduto su una delle due sedie appoggiate al muro e opzionate da subito («Le spiace se mi metto qui? È una delle mie fisse»). L’uomo con le spalle al muro, il viso un po’ stanco e il sorriso sempre bello è Fabio Volo; il libro che non ho finito, invece, il suo sesto romanzo: Le prime luci del mattino (uscito un mese fa per Mondadori e da allora in testa alle classifiche) che sta alla vulgata voliana come una notte di sesso con uno sconosciuto sta a una cena romantica con un fidanzato. Lo sconosciuto, in questo caso, è anche un po’ lui che esce dai soliti modi (niente ironia, niente citazioni, zero sentimentalismo) e si imbarca in qualcosa di nuovo. E vorrei partire da qui, dalla donna del libro che scopre la verità su se stessa nel letto di un amante. Ma siccome Volo è mistero uno e trino - scrittore, attore e conduttore nella stessa persona e nello stesso momento - oggi si manifesta in versione mutevole e multiforme. Con il libro appena uscito, un film in sala (Il giorno in più, tratto dal suo romanzo più famoso) e l’annuncio del ritorno in tivù con un programma su Raitre. «Non mi sono fatto mancare nulla», ride.
È al cinema con un film tratto da un suo libro. Ha alzato l’asticella.
Un’emozione nuova.
L’hanno definito un film “volocentrico”. Conia neologismi.
L’ho letto anch’io (ride). In realtà perché sono il protagonista e la storia mi somiglia. Ma il film è di Massimo Venier.
Lei quanto è volocentrico?
Se intende egocentrico, sempre meno. Lo ero all’inizio. Ora sono sempre più defilato. A parte questo momento con la bomba del film e del libro.
E della tv. Non le bastava il frullatore delle due promozioni?
Ho pensato anch’io: «Ma proprio ora dovevano dirlo?».
Perché ha scelto di tornare?
L’aggressività, anche della politica, dovrebbe calare: mi sembra l’occasione buona.
Ha aspettato che cadesse Berlusconi?
Lo avevo deciso prima. Ho avuto fortuna.
È contento dei cambiamenti politici?
Non credo nel principio del ghe pensi mi. Non mi aspetto che sia Dio, il destino o il mio capo, o il presidente del Consiglio a fare i cambiamenti per me. Vado verso la mia idea di mondo.
Volocentrico anche lì?
La mia idea di mondo è il melting pot. Un mondo dove le persone sono aiutate a scoprire il talento che hanno.
Lei quando lo ha scoperto?
Non ce l’ho un talento.
Bugiardo.
Qual è il mio talento? Scrivere? Per come scrivo non lo definirei un gran talento. Faccio la radio. Parlare è un talento?
Eppure sfonda in tutto.
Ma non mi vendo per quello che non sono.
E invece le danno lo stesso del paraculo.
Mi vogliono fin troppo bene.
Sicuro?
Questo Paese è un catino d’acqua. Si fanno 30 film all’anno e gli attori sono gli stessi. Poi arrivo io, che sono in radio e scrivo libri, e giro un film dopo l’altro. Se un attore che non lavora mi odia, lo capisco.
Perché lei sì e loro no?
Perché ho progettato la mia vita con una strategia diversa. È fatto anche di questo il successo, mica solo di talento.
Non mi convince. Neppure la strategia basta.
Se ho un talento, è l’empatia. Se io entro in una stanza e ci sono 5 persone, ho cinque modi di relazionarmi con loro. Entro in sintonia con chiunque, il papa o il magazziniere.
Così empatico che nel suo libro si è messo nei panni di una donna.
All’inizio, l’idea era scrivere il suo diario, ma l’io narrante doveva essere il marito. Ma poi ho capito che il marito non mi interessava più.
Che cosa le interessava?
Dire che certi ruoli sociali ti consegnano un comportamento. Se tu ti vesti da autista, fai l’autista, se ti vesti da gelataio, fai il gelataio. Se ti vesti da moglie, fai la moglie.
C’è un punto in cui la protagonista dice: «Ho capito che cosa voglio da un uomo, le cose che contano per me: come mi tratta e come mi scopa». Come le è uscita?
Me l’ha scritto un’amica sul cellulare. Ha detto: «Ho capito perché mi piaci tanto: è perché mi tratti bene e mi scopi bene». Mi è sembrata una sintesi abbastanza credibile.
Quanto c’è di lei in questo libro?
Tanto, ma come in tutti gli altri.
Questa parte è più intima.
La mia parte femminile. Perché io sono femminile, ho un sacco di paranoie da femmina. Sono capriccioso, voglio attenzione, non chiamo per vedere se chiama lei, e se non lo fa penso: non gliene frega niente.
Bugiardo.
(Ride).
Fanno bene a darle del paraculo.
(Ride ancora di più). Però mi piacciono le cose da donna: le scodelle, i vestiti, le scarpe da donna. Comprerei solo cose da donna.
Poi non si stupisca se dicono che è gay.
Ormai dicono bisex. Devono aver pensato: «Gay non è credibile, togliamogliene un pezzetto». Tra qualche anno sarò etero.
Un po’ femmina lo è, ammetta.
Ho quella permalosità femminile per cui basta una parola e crolla tutto. Lo ammetto.
Tra sei mesi compie quarant’anni.
L’uomo non migliora mai.
Lei in che cosa è peggiorato?
L’impatto di questa cosa che mi è esplosa in mano non è stato senza conseguenze. Un po’ di radiazioni le ho prese. Non mi porto dietro la purezza di allora. Ma un cuore bambino sì. E l’entusiasmo pure. Sa che cosa significa entusiasta? Abitato da Dio. Quando non lo sono, mi dico: «Vorrai mica che Dio ti abbandoni?».
Non si rilassa mai?
Mio padre dice: «Avrai anche fatto un po’ di soldi, ma che vita di m...» (ride). Ma io penso che la vita è fatta di stagioni. L’idea di me in campagna che bevo caffè d’orzo, mi piace. Ma se ci vado, dopo un mese o invento un’azienda che produce caffè d’orzo o mi sparo. Ho troppa energia da sfogare.
Qualcuno le darebbe del nevrotico.
E forse avrebbe ragione. Ma ho fatto fatica a entrare nel giro e non mi passa per la testa l’idea di uscir fuori a riposare.
Quanta fatica le è costato entrare?
Tanta. Mi è costato di umiliazione, insicurezze, e stupida cattiveria degli altri che invece di migliorare il loro prodotto cercavano di abbassare il mio. Succede ancora, ma non mi interessa: mentre gli altri si occupano di me, io sono in crescita.
Cresce ancora?
Non sono un bolso, non me ne sto a casa pensando che economicamente sto bene. Ma non dico nemmeno: «Faccio il programma: quanto mi date?».
Lo chiederà qualcun altro per lei.
Sì, ma i soldi li ho già. E non mi faccio condizionare dalla voglia di farne altri.
Dalla povertà alla ricchezza: un salto non senza conseguenze.
Vero. I soldi bisogna saperseli perdonare, e io ci ho messo un po’. È dura superare il senso di colpa quando hai guadagnato più tu in un anno che tuo padre in una vita.
Altri lati oscuri del successo?
Avere sempre gli occhi addosso. È come essere sempre in classe durante l’interrogazione. Come diceva Vasco Rossi, sei un funambolo e cammini sulla corda con la gente sotto che sta lì a guardare e giudicare.
Fare il funambolo ha i suoi vantaggi, no?
Ricordo una cena in cui criticavano Del Piero. Io ho detto: «Tutte le mattine si alza e legge sui giornali cose scritte su di lui. Non solo per come gioca a pallone. Ma che è timido, che è insicuro. Detto da gente che non ha mai cenato una volta con lui». Uno mi ha risposto: «Sì, ma quando va al bancomat preleva 5 milioni». La gente pensa che i soldi bastino per tutto.
E invece no?
Non è che se ho guadagnato un milione di euro il mio corpo non sente più la stanchezza. O che se ho il conto pieno in banca le offese della gente non mi tocchino più.
Che cosa la ferisce?
Mi spiace quando entrano nel personale senza conoscermi. Mi hanno dato del fascista perché pubblico con Mondadori e perché lavoravo a Mediaset, del comunista perché non voto Berlusconi e lavoro per una radio del gruppo Espresso. Poi che faccio l’intellettuale di sinistra, ma anche che sono un ignorante e non so mettere insieme due verbi. Sono riuscito a prendere schiaffoni da tutte le parti.
Risultato?
Mi dispiace. Mi dicono che devo essere superiore, ma non ci riesco. E va bene così, perché quando ti costruisci un’armatura, non senti neanche le cose belle. Io non voglio essere superiore: voglio essere dentro.
Per questo della sua vita privata non si sa nulla?
A me non interessa raccontare e, se qualcuno chiede, cerco di deviare la domanda. Io quelli che sbattono la foto del figlio sulla copertina di un giornale non li ho mai capiti. Mi sembra di pesare il maiale: la foto senza bambino costa duemila euro e con il bambino cinquemila? Il bambino vale tremila euro.
Lei come si difende?
Confondo le acque. Ieri ho detto in radio che aspetto un figlio. Quando sarà vero, penseranno: «Quel pirla lo dice sempre».
Lo vuole sul serio un bambino?
L’ho sempre voluto.
Perché non l’ha fatto allora?
Perché nella vita ci sono delle stagioni.
Che stagione sta vivendo?
Di transizione. Un ciclo si chiude e se ne apre un altro. Tra poco inizierà la mia terza vita.
Che sarebbe?
Più tempo per me, una famiglia, un figlio. Magari un lavoro nuovo.
Ha detto tra poco. È un pensiero vago o un progetto concreto?
È una sensazione che ho da tempo. C’è chi costruisce il futuro in base al presente. Io faccio in modo che il futuro condizioni le scelte di oggi.
La spieghi meglio.
Io decido che cosa voglio essere tra dieci anni e mi regolo di conseguenza. Mi sono sempre immaginato, a un certo punto della vita, con dei figli e una casa più grande non solo per me. All’estero, possibilmente. Cerco di adeguare il mio presente a questo progetto. Che vuol dire scrivere di più e fare meno radio. O firmare un contatto per due anni invece che per sei. Ora ho un anno pieno: la promozione del libro e del film, poi il programma televisivo e un film in primavera. Ad agosto vedrò. Anche sul lavoro, voglio fare cose nuove.
Tipo?
Aprire una panetteria a New York. Ho già tutto in testa. Mi manca solo la possibilità di stare lì un anno. Non voglio fare venti film e venti libri e vent’anni di radio. Anche la mia vita professionale la divido in stagioni come un contadino.
Nel nuovo libro scrive: «Quando sto con una donna sogno la libertà, quando sono libero sogno l’amore. Finché non imparerò a sentirmi libero dentro una relazione, sarà dura per me». Parla di lei?
Nella mia testa ci sono due palazzi, con due finestre che si guardano. Dietro un uomo solo e uno sposato. Quello solo guarda quello sposato a cena con moglie e figli e pensa che sarebbe bello. L’uomo sposato vede quello solo tutte le sere con una donna diversa e pensa: «Fortunato lui». Ci sono momenti in cui vorrei la coppia, i film romantici, i weekend insieme. Quando ce li ho, vorrei incontrare una per le scale e farci l’amore in ascensore.
Si piace?
Non sempre.
Quando no?
Quando mi incaponisco invece di godermi le cose. Quando ho un libro primo in classifica e invece di essere felice penso: «E adesso che cosa scrivo?».
Perché lo pensa?
Con me stesso sono la signorina Rottenmeier. Non riesco a dire: «Tutto bene». Per me non è mai tutto a posto. Sa quando i ciclisti alzano le mani a dieci metri dal traguardo? Io, già da bambino, pensavo: «E se cade?». Per la vita che ho fatto, io il traguardo l’ho già passato. Ma non riesco ancora ad alzare le braccia. Dico: «Non farlo, Fabio, magari cadi nella tappa dopo. Finisci il giro, prima». A ottant’anni avrò un’esplosione di gioia, ma adesso non ci riesco.
Nel suo nuovo romanzo, per la prima volta, c’è molto sesso. Che cos’è per lei?
Un esercizio per imparare la libertà, per capire che il piacere è un diritto e che il proprio conta quanto quello dell’altro. E che non bisogna avere vergogna a chiedere. Non l’ho ancora imparato del tutto.
Cioè?
Se un amico ha bisogno di mille euro, io glieli do e non gli chiedo il perché. Ma se ho bisogno di mille euro io, piuttosto scavo buche in corso Sempione alla ricerca di tartufi. E non perché sia buono. È che tra dare e chiedere, mi costa meno dare. Perché sono presuntuoso e orgoglioso, e devo farcela da solo.
Non si fida degli altri?
Ora un po’ di più. Ma il gioco della fiducia, quello di te che ti lasci cadere indietro, non sono mai riuscito a farlo. Ho rinunciato a tutti gli affetti e alla relazione di coppia e sentimentale, per concentrarmi sul lavoro.
Non è un po’ onanistico?
Sì. Ma ora credo di essere in una fase nuova, ho meno paura di essere fregato. Accetto il rischio, mentre prima l’orgoglio me lo impediva. Soffrire era un ostacolo in questa corsa alla follia. Pensavo: «Se mi innamoro soffro, e se soffro non lavoro». Così ho chiuso fuori tutto quello che poteva mettermi in difficoltà. Ma è stata una trappola, perché anche stare insieme a una persona è educativo. Capisci chi sei. È un processo che inizio adesso. E magari, entro un anno, faccio un figlio.
Beata quella che la incontra.
Poverina, le farò un libretto al portatore con dei soldi come quando nascono i bambini. Mi sento già in colpa per il suo futuro.
Il tempo che passa influisce sul suo modo di comunicare con il suo pubblico?
Questo libro è già in sé un cambiamento. Sapevo che avrei perso una fetta di lettori. Ma sapevo anche che ne avrei trovati altri, più in sintonia con dove sto andando io.
Nel ruolo del ragazzo mai cresciuto non è più credibile?
Mi tocca davvero fare un figlio, altrimenti non so di che cosa parlare (ride).
Dicono che dia alla gente quello che la gente vuole.
Sbagliato. Io so come far piacere alla gente le cose che piacciono a me. Ora mi promette una cosa?
Cosa?
Che finisce il libro, anche se ha già fatto l’intervista. Salti la parte centrale piuttosto, ma legga il finale. Perché la protagonista sbaglia. Sbaglia come tutte le donne. Perché si innamora di quello lì.
Altro cenno autobiografico?
Sì perché io sono come Gardaland, come Disneyland. Vai e ti diverti. Solo una mente malata pensa di comprare casa. Non si può vivere a Disneyland. Non puoi vivere con Topolino che ti apre la porta.
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