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ESCLUSIVO Mitch Winehouse: mia figlia Amy che è diventata una farfalla

Venerdì, 29 giugno 2012 12:34

Tutti si ricordano chi era: una popstar da 22 milioni di dischi. Ma anche una tossicodipendente devastata, morta per troppo alcol giusto un anno fa. Suo padre, che ha scritto un libro su di lei, qui racconta per la prima volta la ragazza allegra e generosa che lui conosceva, la sua risata indimenticabile. E di come, di tanto in tanto, lei torna a trovarlo

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di Paola Maraone - foto Bryan Adams

«E lei è venuta fin qui per parlare con me di Amy?». Nella saletta privata di uno storico locale di Londra, Mitch Winehouse saluta con garbo nel suo inglese impeccabile e mi osserva con curiosità autentica. L’espressione non è ostile ma tradisce l’impaccio di chi non è abituato a stare in giacca e cravatta. Rasato alla perfezione, le spalle appena incurvate, i capelli bianchi, indossa un’acqua di colonia d’altri tempi: l’immagine del padre, penso guardandolo, fa a pugni con quella della figlia. Tentenno.

Come se mi leggesse nel pensiero, prima che riesca a fargli la prima domanda, deglutisce più volte, prende il fiato e poi irrompe: «So che lei sa che Amy era una popstar da 22 milioni di dischi e la più grande cantante, dicono, dai tempi di Ella Fitzgerald. E poi, che era una tossicodipendente. E un’alcolista. Ma questo la descrive solo in minima parte. Per chi la conosceva, mia figlia era una ragazza amante della famiglia, della vita, del divertimento. Era generosa e di buon cuore. Mescolava risate alla sua musica fantastica. Era meravigliosa e aveva un cuore immenso».

E lei la conosceva meglio di chiunque altro, come si intuisce leggendo Amy, mia figlia, una biografia che la racconta a un anno di distanza dalla sua morte. Un gesto catartico?
Liberatorio e anche utile, spero. Come autore ho rinunciato a tutti i diritti in favore della Fondazione che porta il suo nome, per aiutare ragazzi in difficoltà nel mondo. Per anni, in mia figlia, ho riconosciuto me stesso. Ne sono stato enormemente orgoglioso. E poi pian piano l’ho vista sfaldarsi, scivolare via. Nonostante lottassi per salvarla, Amy mi si sgretolava tra le mani.

Nel libro spiega che la gente, in quegli anni, le scriveva orribili lettere anonime: «Mitch, devi essere una vera testa di c... per aver permesso che Amy si riducesse così».
Continuano ancora oggi, soprattutto su Twitter. «Se davvero eri un padre così in gamba, perché hai lasciato morire tua figlia? Perché hai lasciato che bevesse?».

Lei come reagisce?
Blocco i messaggi di queste persone, ma continuano ad arrivarne di nuovi. Allora cerco di non pensarci. E continuo a ripetermi che è molto facile parlare quando non conosci bene una situazione.

Deve avere una forza straordinaria per restare in equilibrio.
Per cercare di salvare Amy ho fatto cose di cui non vado fiero. C’erano di mezzo la droga, gli spacciatori. Ho conosciuto la violenza, a 60 anni per la prima volta in vita mia ho picchiato un uomo. Scoprivo che mia figlia era nei guai e mi precipitavo, alle due o alle tre del mattino, per trarla d’impaccio. Quando i tuoi figli sono nei pasticci scopri di possedere forze che non avresti mai pensato di avere. Per salvarli saresti disposto ad abbattere un muro a testate. Lei non lo farebbe per i suoi bambini? In quei giorni avrei potuto molto facilmente essere ucciso. Ma non è andata così. Io sono sopravvissuto, mia figlia no. Forse riesce a immaginare quanto avrei preferito che accadesse il contrario.

Un anno fa i media titolarono: «Morta per un letale cocktail di droghe, alcol e farmaci». Può dirmi come andò veramente?
L’esame tossicologico non ha trovato traccia di stupefacenti nel suo sangue. Da quelli si era disintossicata, era pulita da due anni, come ripetevo invano al mondo. Fu l’alcol a ucciderla: continuava a ricascarci e quell’ultima volta le fu fatale.

La vostra famiglia ha sempre biasimato l’ex marito di Amy, Blake Fielder-Civil, per averla iniziata alle droghe.
Alla fine, poco prima della morte di mia figlia, l’ha dichiarato pubblicamente anche lui. Si è detto pentito, ma penso l’abbia fatto per ragioni di opportunità. Avevano un rapporto malato, litigavano di continuo. Ma, da un lato, lei non riusciva a liberarsene; dall’altro, per lui, la rockstar di fama mondiale rappresentava un bocconcino troppo succoso per rinunciarci. Un mattino aprii il giornale e trovai una foto di mia figlia con il titolo: «Amy Winehouse ferita e insanguinata». Corsi all’albergo dove alloggiava in quel periodo: aveva tagli sul volto, sulle gambe e sui piedi. Mi raccontò di essersi ferita da sola e di aver preso a schiaffi Blake. Ma non ammise mai, mai, che lui l’aveva picchiata.

Pur detestando Blake, nel libro lei racconta di averlo difeso, una volta.
Fu perché il ratto (lo chiama proprio così, ndr) all’epoca era chiuso in prigione, dove si trova tuttora. Ed Amy in quel periodo prese a uscire con Pig (maiale, ndr), cioè Pete Doherty. Mi limitai a dirle: «Tutto sommato, sei ancora sposata. E a guardar bene, non è che il maiale sia meglio del ratto».

Tutte le canzoni di Back to black, l’album di maggior successo di Amy, sono dedicate a Blake.
Tranne Rehab, che parla soprattutto di me. «Hanno provato a farmi andare in riabilitazione, ma ho detto no. Non ho il tempo, e se mio padre crede che io stia bene...». Le ero così vicino, eppure per un certo periodo sono stato anche molto ingenuo.

È vero che Amy si stufava subito delle sue canzoni?

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