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Contro i talebani dell’allattamento

Giovedì, 14 gennaio 2010 11:58

D’accordo, lo sappiamo, il latte materno fa bene. Ma nutrire il proprio bambino è impresa più complicata di quel che si dice, e non tutte ci riescono. Per questo, leggetevi i consigli per passare dalla tetta alla tettarella senza soccombere
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di Paola Maraone
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Ci mancava pure la dottoressa Erika P. Gundersen dell’università di Oakland (California), che dopo vent’anni passati a studiare l’allattamento al seno, appena prima di Natale ha regalato al mondo l’ultima Verità Incontrovertibile sull’argomento. Avendo passato al vaglio e costantemente monitorato la vita di 120 donne, Gundersen si è definitivamente convinta: fa bene non solo al neonato ma anche alla sua mamma. Non solo perché perde peso, o perché l’allattamento è un (non perfettamente affidabile) metodo anticoncezionale; ma anche perché, e questa è la novità del momento, abbatte drasticamente le probabilità di sviluppare diabete, malattie cardiovascolari e sindrome metabolica. Le talebane dell’allattamento esultano. Più a lungo si prosegue con la tetta, più si galoppa verso l’immortalità: la poppata è nemica di tumori, ictus, obesità, allergie, osteoporosi, problemi di scarsa memoria e depressione, eccetera.
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False partenze e falsi miti
Problema: è che non sempre, davvero, nutrire il bimbo al seno è così facile. Per Veronika Sophia Robinson, autrice del recentissimo Allattare secondo natura (Terra Nuova ed.) «il latte materno è un’espressione fisica dell’amore incondizionato: è amore liquido». Immagine romantica, ma se i dati dicono che oltre il 90 per cento delle donne italiane allatta suo figlio alle dimissioni dall’ospedale, bisognerebbe a) rivolgere un pensiero di solidarietà a quel 10 per cento che varcano la soglia della nursery già con il biberoncino in mano, lo sguardo basso e il capo chino perché non ce l’hanno fatta, e b) considerare che a poche settimane dal parto la percentuale cala drasticamente, e che solo il 31 per cento continua oltre i primi tre mesi. Insomma, c’è un equivoco di fondo, legato alla facilità con cui vediamo, nei film e nelle serie tivù, mamme dall’espressione estatica porgere perfette, sferiche bocce ai figli, che in un secondo, yum! aprono la boccuccia ed effettuano un’istantanea, armoniosa pressofusione di labbra e capezzolo.
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Bisogna pur passare il tempo
Si sa, lo dice la scienza, che il fabbisogno di latte di un neonato è di circa 165 grammi per chilo di peso: nei primi giorni di vita, un pupo può metterci anche mezz’ora a ciucciarne 30. Fatti due conti si capisce che bisogna trascorrere circa otto ore allattando, se tutto va bene. Se poi si fa fatica a trovare la posizione giusta, o se il bambino quando vede la tetta volta la testa dall’altra parte (succede), i tempi si raddoppiano, ed ecco che l’80 per cento della giornata di bambino e di madre-nutrice trascorre mangiando.
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Simulazioni
Nel mondo occidentale il divario tra chi desidera allattare e chi, alla fine, ce la fa è ancora alto. Nei corsi preparto si fanno simulazioni di allattamento con Cicciobello o altri pupazzi al posto dei neonati. Inutili: i bambolotti sono lunghi 21 centimetri, e poi è estremamente difficile che Snoopy pianga se non lo tieni in braccio in modo corretto. E quando nasce il bambino? Le istituzioni non aiutano: alle prime difficoltà, la reazione istintiva dei neonatologi in ospedale è ancora, «Signora, è evidente che il suo latte non basta. Dia al pupo sei aggiunte di artificiale al giorno». È chiaro che poi una si scoraggia, lascia perdere la tetta e passa al biberon, in cui peraltro, teniamo a ribadire, non c’è nulla di male, tanto più che sei in difficoltà te ne dicono di tutti i colori: c’è chi si è sentita colpevolizzare perché aveva «il seno troppo attaccato al busto», chi per «la forma inadeguata, troppo introflessa, del capezzolo», chi perché, dopo un’ora trascorsa a tentare di attaccarsi alla tetta la creatura urlante, si metteva a piangere a sua volta. Circolano a piede libero temibili ostetriche-psicologhe: «Forse il piccolo non ha fiducia in te. Sente la tua insicurezza». Wow.
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Arcate a rischio
Nonostante ciò, in genere la neomamma s’incaponisce e nel tentativo di rendere più agevole l’allattamento, a dispetto di chi dice «uno dei vantaggi del latte materno è che è gratis», spende una fortuna comprando paracapezzoli in silicone o in caucciù e noleggiando tiralatte elettrici di dimensioni tali che per tenerli in casa occorre spostare la lavatrice sul pianerottolo. Per giunta gli infernali apparecchi, reclamizzati come silenziosi, esprimono in realtà un volume da trattore agricolo, il che rende difficile il loro utilizzo a meno di non vivere nel deserto dello Xinjiang. Ma il faro illuminante della neomamma testarda restano i diktat dell’Oms: «Il latte materno, più leggero all’inizio della poppata, più denso e ricco di grassi e calorie verso la fine, è alimento naturale e insostituibile non solo per la crescita del neonato, ma anche per la formazione del suo sistema immunitario». Inoltre è dimostrato che «l’allattamento al seno protegge dal rischio di avere arcate dentali iposviluppate». E quale neomamma vorrebbe che suo figlio avesse le arcate dentali iposviluppate?
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Le allattatrici radicali
Le allattatrici radicali sono sparse su tutto il territorio nazionale e si dedicano alla diffusione del verbo sull’allattamento materno. Alcune sono ostetriche, altre consulenti-militanti dello squadrone della Lega del Latte (www.lllitalia.org), altre libere battitrici, tutte funzionano allo stesso modo: tu chiami, prendi appuntamento, l’allattatrice radicale ti promette un’ora di attenzione totale, sessanta volte il tempo che ti dedica un’ostetrica in ospedale. L’allattatrice radicale, forse di proposito, ignora il comune senso del pudore. Non ti conosce nemmeno e già ti chiede di aprirti la camicia o toglierti la maglietta, ti smanaccia le tette per sentire se sono troppo gonfie per allattare, ti strizza i capezzoli per misurarne il grado di estroflessione. Caratteristica comune delle allattatrici radicali è che ti parlano con la vocetta, come se la bambina fossi tu e non tuo figlio. «Come mai è così difficile dare il lattino a questo bel pupetto? Forse abbiamo paura, tesoro? Forse non siamo sicure, stellina? Guarda che non ti fai mica la bua se gli dai il lattino. Ma non ti preoccupare, adesso per fortuna c’è Albertina che ti aiuta, povero amore. Vieni qua cara, vieni tesoro, dammi una tetta, quella che vuoi». Una donna che ha partorito da poco e che nell’arco di poche ore ha visto stravolti tutti i suoi parametri sul concetto di privacy, lecito e illecito, non ci fa caso più di tanto. L’unica cosa che vuole è allattare. In quest’ottica, Albertina è quel che le serve.
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Prendere posizione
Il successo nell’allattamento, come in tante altre cose della vita, è quasi sempre solo questione di posizione. La posizione è fondamentale, e non ne esiste una migliore in assoluto, perché ogni donna è diversa. C’è chi trova comodo farlo stando in piedi, magari mentre mescola il ragù, c’è chi ci riesce solo sdraiata su un fianco. Di difficile comprensione è la posizione “del giocatore di rugby”: esiste davvero, e consiste nell’imbracciare il bambino come una palla ovale. Bizzarra, ma può darsi che ci siano donne che la trovano fantastica. Una volta preso finalmente il via, il difficile per molte diventa smettere. La maggior parte delle donne, dopo qualche mese di esperienza, molla il colpo e torna a bersi allegri mojito, altre però sviluppano una vera e propria dipendenza, come l’autrice del già citato Allattare secondo natura, che nel suo libro confessa di aver allattato la figlia maggiore anche mentre partoriva la seconda, durante il travaglio, pregando contemporaneamente le sue lettrici di non considerarla «una sciroccata, una pazza furiosa o un’extraterrestre». È chiaro che il suo è un caso estremo, come quello di chi allatta i figli fin quando non hanno sei anni con la motivazione «così crescono più magri, più forti e più intelligenti». Sarà vero, ma fa una certa impressione vedere un bambino aprire la giacca della mamma come fosse l’anta del frigorifero, afferrarle un seno e dopo una rapida ciucciatina tornare a giocare a pallone con i suoi amici esclamando, «Il latte della mia mamma è squisitissimo».
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Il mondo è la mia nursery
Assai più numerose le donne che si comportano come se ogni piazza, spiaggia, strada o ristorante fossero stati espressamente creati per permettere loro di allattare. È sacrosanto che ogni mamma possa nutrire suo figlio dove le pare, ma c’è chi sembra trarre piacere nel farlo esclusivamente in pubblico, individuando sempre il punto più affollato in cui attaccare al seno il bimbo: il ristorante dell’Ikea, la coda per entrare a Gardaland una domenica di maggio, la Rinascente il primo giorno di saldi sono i luoghi d’elezione della voyeurista dell’allattamento.
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Le professioniste
Certo un simile atteggiamento manda in vacca il concetto di allattamento come «esperienza intima in cui madre e figlio, occhi negli occhi, trascorrono assieme minuti di quiete e armonia». Del resto anche nei Paesi in via di sviluppo, in cui i biberon non esistono, come mostrano le foto di queste pagine ci si attacca il bimbo al seno mentre si fa tutt’altro. Allattare, che sia sul greto di un fiume o al lavoro in un campo, non è certo una questione privata. Nessuna di queste mamme fissa il figlio negli occhi, tutte sembrano inseguire con lo sguardo un punto lontano con l’aria di chi dice, passavo di qui per caso.

146 commenti | tags: allattamento al seno, Erika P. Gundersen, Veronika Sophia Robinson, Allattare secondo natura, allattatrici radicali | permalink

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Charlotte che  ha imparato  a stare in sella

Charlotte che ha imparato a stare in sella

A 4 anni ha perso il padre. A 5 ha avuto in regalo il suo primo vestito Givenchy. A 12 doveva già fare i conti con una certa sconsiderata ammirazione maschile. Ora che ne ha 24, salta gli ostacoli .di Ilaria Solari .Puoi essere bella da togliere il fiato e nel fiore degli anni, sofisticata, brava a scuola e quasi campionessa negli sport. Ma una famiglia complicata alle spalle resta una trappola sulla tua strada. Anzi un ostacolo, parlando di Charlotte Casiraghi, ultima leva di una schiatta blasonata quanto chiacchierata. Per coincidenza, campionessa nella specialità equestre del salto agli ostacoli. Quali ostacoli? Se tuo nonno era il piccolo principe di un piccolo regno, con un palazzo color rosa salmone, e tua nonna era l’attrice di Hollywood più algida e bella, impalmata, trasformata in principessa e scomparsa troppo presto in un incidente d’auto (proprio sul tratto di strada panoramica in cui aveva girato il suo film più celebre), impari a non credere alle favole. E a diffidare delle coincidenze. Se mamma Caroline e zia Stephanie, ai bei tempi giovani e flessuose come modelle, hanno fatto indigestione di vita e amori sbagliati, minacciando di trasformare il regno in una telenovela, potresti decidere, crescendo, di essere un po’ più prudente. Se papà Stefano, la meglio gioventù imprenditoriale brianzola, forte e bello pure lui, l’ha portato via un altro incidente, nel tratto di mare davanti al piccolo regno, quando eri troppo piccola per piangerlo come si deve, ma abbastanza grande da ricordare ogni dettaglio, potresti cominciare a prendertela col destino. O almeno a giocarci a nascondino. Visto poi che quello ha la seccante abitudine di girare come una ruota. Perché ogni blasone vanta i suoi bravi fantasmi: puoi non essere superstiziosa, ma lo prendi come un segno se l’antenata di cui porti il nome era, come te, una principessa dal sangue rosso. Cioè figlia naturale di un principe e di una lavandaia. Fu quella Charlotte, riconosciuta dal padre e mandata sposa in tutta fretta a un certo conte di Polignac, a salvare il piccolo regno, quando rischiava di estinguersi senza eredi. Si dice che tra le sue carte fu ritrovata la profezia di una zingara: preannunciava amori infelici per tutte le principesse del piccolo regno. Forse anche per questo, compiuta la sua missione, l’antica Charlotte scaricò marito e corona e si ritirò da qualche parte in Francia, con l’uomo che amava davvero. Fai quello che si deve e poi dileguati con grazia: anche un fantasma a volte può insegnarti a vivere. E spianarti almeno un poco la strada dissestata. .Solo quarta in linea di successione al trono, Charlotte, secondogenita di Caroline di Monaco e Stefano Casiraghi, rischia meno dell’antenata. Chi la conosce bene, in maniera un po’ reticente e chiedendo l’anonimato, la definisce giudiziosa e riservata, “una ragazza che cerca di vivere in modo normale”. .Il gusto della normalità, piacere che ai più sfugge, deve averlo appreso ai tempi in cui frequentava la scuola elementare del villaggio di Saint-Remy, in Provenza, dove la famiglia si era rifugiata dopo la morte del padre, per sfuggire alla pressione dei curiosi e alla morsa del dolore. Quando sul registro, lei e Andrea, erano gli anonimi fratelli Casi. La stessa normalità dorata che si respirava dai nonni brianzoli, o nel ménage borghese che adottarono poi a Fontainbleau, vicino a Parigi, dove Charlotte e i fratelli continuarono a frequentare le scuole pubbliche. .Ma il richiamo del rango è di quelli che non si possono ignorare a lungo. Quando mamma Caroline convolò in terze nozze (si dice, ormai al capolinea) con il principe Ernst di Hannover ed ebbe la piccola Alexandra, il cerimoniale monegasco cominciò a reclamare la presenza di una nuova principessa. Avendo bene in mente l’esempio dell’antenata e un elenco preciso di cose da non fare, Charlotte è diventata così maestra di dribbling. E ha preso a scivolare con disinvoltura dai banchi di scuola ai galà della Croce Rossa, dagli spalti d’onore della Formula Uno ai tavoli di McDonald. .Il suo gioco prevede di tenersi ogni privilegio, ogni atout saldo nel mazzo, scartandolo solo quando la situazione lo richiede: l’allure di principessa, che la rende radiosa e a proprio agio anche in caso di dress code impegnativi - mica per niente il suo primo capo firmato lo ricevette in dono da mamma a 5 anni, un Givenchy, per la cronaca. E la struggente bellezza, la bocca piena, le sopracciglia folte, gli occhi luminosi che la rendono, più di ogni ragazza Grimaldi, un po’ selvatica e irresistibile. Con la stessa destrezza con cui in sella al cavallo salta le siepi, a 24 anni ha finalmente anche imparato a sorvolare su una certa sconsiderata attenzione maschile che l’elesse oggetto del desiderio quando ancora era bambina. .Se normalità vuol dire avere un posto nel mondo, Charlotte lo sta cercando, e nel giro di amiche “socialite” e “figlie di”, ha deciso di seguire l’esempio dell’unica che al nome di famiglia ha saputo aggiungere qualcosa di suo: Beatrice Borromeo, la fidanzata-contessa del fratello Pierre, che si avvicenda senza un plissé tra i party del jet set e le redazioni impegnate. Laureata in filosofia alla Sorbona, anche Charlotte ha mosso i primi passi nel mondo dell’editoria, con un paio di stage: da un editore parigino e nella redazione del quotidiano britannico Independent. Poi ha messo a frutto l’expertise fashionista, partecipando alla fondazione di una rivista dedicata alla moda sostenibile. E, con la sfrontatezza che solo una principessa di rango può permettersi, ha dichiarato guerra… ai jeans, responsabili di inquinare l’ambiente col loro processo di tintura. Questo non le impedisce di essere la cocca degli stilisti, da Stella McCartney, a Frida Giannini, direttore creativo di Gucci che le ha tagliato addosso la linea da amazzone che sfoggia nelle competizioni internazionali. Per non dire di Karl Lagerfeld, che la chiama “musa”, e, si mormora, potrebbe dedicarle un mese del prossimo Calendario Pirelli. .E se normalità vuol dire un fidanzato stabile, Charlotte ne ha collezionati in numero modesto, viste le circostanze. Il fortunato in carica è Alex Dellal, figlio del miliardario anglo-iraniano Guy Dellal e della top model brasiliana Andrea, titolare della galleria d’arte più cool di Londra, dove la giovane principessa si è trasferita per stare vicino al suo amore. I più informati la descrivono innamorata e più morbida del solito. In effetti, nelle foto recenti l’adorabile broncio si scioglie sempre più spesso in un sorriso. E pazienza se il nostro ha fama di playboy a caccia di ereditiere: con o senza cavallo, in caso di rischio, c’è sempre e soltanto una cosa da fare: prendere la rincorsa e dileguarsi. .... La mia Charlotte non soffrirà come Caroline .*PAG*La mia Charlotte non soffrirà come Caroline . Vuole fare la giornalista, ma sa come schivare i pettegolezzi. Parola di nonna Fernanda: “È tranquilla e riservata. Come una vera Casiraghi”.«Guardi che una nonna può dire solo cose belle della sua nipotina». Mette le mani avanti la signora Fernanda Casiraghi, nonna di Charlotte e madre di Stefano, scomparso per un incidente di offshore nel 1990. È appena sbarcata a Montecarlo da Fino Mornasco, vicino a Como, dove vive e lavora ancora all’azienda di famiglia. Da brava brianzola tiene a precisare che non è mica ancora in vacanza: «Son le 11 ma sapesse le cose che ho già fatto»..Ha rivisto i nipoti?No, non so nemmeno dove siano. Diventano grandi e prendono il largo. Ormai sono un’esperta: in tutto ne ho otto, più due pronipoti. Questi qui sono i più piccoli..Ma almeno si fanno sentire? Cosa vuole, sono sempre le nonne che chiamano. Gli altri non sono mica diversi. Sono giovani, è giusto così..Scommetto che tiene le foto di tutti sul caminetto.Le foto e il loro pensiero nel cuore: specialmente di questi tre, che sono cresciuti senza papà. Per fortuna hanno avuto una brava mamma..Va d’accordo con Caroline?Molto, sono fiera di lei. Ha cominciato a chiamarmi mamma prima ancora di sposarsi e mi chiama ancora così..È riuscita a star vicina ai ragazzi mentre crescevano?Sempre..È stata una nonna severa o indulgente?I nonni sono sempre teneri, a volte troppo. .Perché, erano molto vivaci?(Ride) Il più scatenato era Pierre, è quello che assomiglia di più al mio Stefano: ha potuto stare col padre solo i primi tre anni della sua vita, ma ha la stessa personalità, vuol dire che il Dna non mente..E Charlotte com’era?È sempre stata la più calma, la più posata, lo è ancora. È una ragazza molto riservata. Come noi Casiraghi del resto: siamo tutti molto riservati. A noi non piace chiacchierare coi giornalisti..E Andrea?Era già grandicello quando è morto suo padre, dei tre è quello che ha sofferto di più. È rimasto scioccato ed è ancora il più sensibile. .C’è qualcuno a cui è più legata?I nipoti sono tutti uguali..Si vogliono bene?Sono molto legati tra loro, fanno spesso le vacanze insieme, si sostengono. Sa, è la mancanza del padre che li tiene uniti..Ci descriva Charlotte.Ha una determinazione nascosta, non lo diresti perché è docile e cara, ma è tenace, fa cio che vuole..È vera la storia dell’isola?Ma che isola? ,Si dice che quando Charlotte ha compiuto cinque anni, i nonni Casiraghi le hanno regalato un’isola della Sardegna. Macché, è una leggenda. Scusi, cosa se ne fa una bambina di un’isola? E poi agli altri due che cosa regalavamo? Ma chi ha messo in giro questa voce?.Lo dicono i giornali, si legge nelle biografie di Charlotte che circolano in rete.Prima c’erano solo i giornali, adesso anche l’Internet ci si mette, a far danni..Charlotte è stata sotto la lente di giornali e curiosi fin da quando era piccola.Ma si difende bene: essendo così riservata, non è presa di mira come lo era sua mamma. Su di lei hanno molte meno cose da raccontare..Le dà dei consigli?Se me li chiede, glieli do. Ma sono ragazzi saggi, non hanno bisogno dei miei consigli..Charlotte è a Londra?Ora che ha finito di studiare, si divide tra Londra e Montecarlo. Si dà da fare un po’. Si allena per i suoi concorsi ippici..Le sue amiche sembrano essere tutte ereditiere e ragazze dell’alta società.È l’occasione che porta alle amicizie, sono gli ambienti che frequenti, ma non devi per forza assomigliare a chi frequenti..Pare che a sua nipote piaccia scrivere.Mi pare di aver capito che le interessa il giornalismo, ma vuole fare tutto da sola..Che cosa le augura di diventare?Mi piacerebbe che si facesse una bella famiglia, che diventasse una brava mamma..Una brava mamma con un bel lavoro, come lei?Certo, io ha lavorato molto, e lavoro ancora. Ma a lei auguro un po’ più di tranquillità familiare..Ha conosciuto il fidanzato di Charlotte?E come no?.Ha l’approvazione della nonna?Lo conosco troppo poco per poterlo giudicare. Però ragiono: Charlotte è una ragazza assennata, mi auguro che abbia scelto bene. Speriamo..Dicono che con lui sia più serena.È sempre stata serena, fin da bambina:non ha mai avuto alti e bassi, o crisi..Non ci sarebbe niente di male, tutti attraversiamo momenti difficili.Lei no, è sempre stata normale. .(Ha collaborato Maria Bologna)...