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Caterina Murino:prima l’anello, poi un bambino

Mercoledì, 20 gennaio 2010 12:02

È tradizionalista, crede negli spiriti e ha il terrore di fare la parte della bella idiota. Per ora la parte che fa è quella di una ragazza contesa tra due uomini in Dona Flor e i suoi due mariti. Il suo cuore, invece, batte solo per Pierre. Il rugbista francese che la tratta come una bambola
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di Federica Furino
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Dalla voce di una persona si possono intuire molte cose. Ascoltando quella di Caterina Murino, per esempio, si capisce che è un’attrice, che la sua geografia personale tocca la Sardegna e la Francia, e che le piace essere una ragazza sofisticata. Da qualche lungo sospiro si capisce anche che è stanca, ma non è un mistero: ieri sera era in scena per la prima di Dona Flor e i suoi due mariti (adattamento teatrale del romanzo di Jorge Amado che nei prossimi mesi la porterà in giro per mezza Italia con Pietro Sermonti e Paolo Calabresi, cioè i due mariti, Vadinhno e Teodoro, emblemi delle categorie archetipiche maschili del figlio di buona donna e del bravo ragazzo). Una prima da protagonista lascia i segni, tanto più se reciti a casa tua. «Stamattina morivo dalla paura di leggere i giornali: essere giudicata da chi ti conosce è dura».
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A Cagliari non vive più da dieci anni, ma in Italia questa resta “casa sua”. Perché ci è cresciuta e i genitori ci abitano ancora, e perché «noi sardi siamo attaccati alle origini». In realtà, il baricentro del suo mondo, quello vero, oggi è Parigi (ha appena comprato un appartamento a Montmartre), dove è molto amata e i copioni fioccano più che in Italia. Naturalizzata francese dai tempi in cui scorrazzava per la Corsica con Jean Reno (era il 2004 e il film Il bandito corso) e non sapeva dire neanche ça va, poi prestata a grandi produzioni del cinema britannico (l’ultima, Il giardino dell’eden di John Irving), in Italia è tornata come prodotto di re-importazione dopo il ruolo di Bond girl in Casino Royale, orgoglio nazionale modello Bellucci ma senza Cassel.
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La ex Bond girl siede composta sul divano di un hotel nel centro storico della sua città, e chiacchiera con un’inflessione delicata che non sai se somiglia più al sardo o al parigino. È simpatica e sorride molto, sorride con gli occhi e tutto il viso, ma di più quando le squilla uno dei due telefoni sul tavolo. Lo acchiappa, schizza in piedi e si allontana zompettando sui tacchi a spillo come una bambina che gioca a saltare la corda. Ora, si diceva, dalla voce di una persona puoi intuire molte cose. Puoi intuirle persino se parla al telefono in francese stretto e tu non capisci un’acca. Basta il tono: il falsetto miagolante, a cui nessuna ragazza sfugge in certi casi, dice che Caterina è innamorata. Di più: è cotta persa. Dall’altra parte c’è Pierre Rabadan rugbista della squadra parigina Stade française e della Nazionale, suo compagno da un anno. «Ci teneva a essere qui per la prima, ma aveva la partita. Così mi ha mandato dei fiori e il corriere ha sbagliato giorno».
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Gli eventi congiurano contro di voi.
Praticamente.
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L’anno scorso diceva che avrebbe barattato la sua bellezza per un uomo decente, uno che non fosse squattrinato e non la piantasse da un momento all’altro. Finalmente l’ha trovato?
Dopo tutta quella sfortuna e quelle delusioni non ne volevo più sapere di uomini. Sa come si dice in questi casi? Quando non ci pensi più, arriva.
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Com’è andata?
Non riesco a ricordare il momento preciso in cui l’ho visto. Eravamo a una cena di gala: non so se gli ho stretto la mano, se l’ho baciato come si usa fare in Francia. Ero come in trance. So solo che a un certo punto lui mi ha detto: «Ma sei seduta al mio tavolo?».
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Non il massimo del romanticismo, come approccio.
In realtà voleva chiedermi: «Che cosa farai nei prossimi dieci anni?».
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Per lei è stato un colpo di fulmine?
Una folgorazione. Sul tavolo c’era un enorme candelabro e stava in mezzo tra me e lui. Mi sono alzata, ho spento tutte le candele, e ho chiamato i camerieri per farlo togliere. Eravamo al buio, ma almeno potevamo guardarci.
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Lui che tipo è?
Vadinho e Teodoro insieme. L’amore, sesso e follia, c’è tutto. Però è anche l’uomo che rispetta il lavoro e gli spazi altrui. Ed è dolce, mi tratta come una bambola di porcellana.
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Litigi mai?
Quando giochiamo a poker. Facciamo i tornei insieme: se io vinco e lui perde, diventa una iena.
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Il lavoro la tiene lontana da Parigi. Non soffre di nostalgia?
Tantissimo. Anche perché ho sempre pensato che qualcosa ci avrebbe separati. Dopo quattro mesi che lo conoscevo, sono andata a Montreal per un film: sono partita piangendo tutte le mie lacrime perché ero certa che sarebbe finita. Lui era convinto che non sarebbe cambiato nulla.
Pierre è forte, io debole.
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Tra i due mariti di Dona Flor, il bravo ragazzo e il pirata, chi sceglie?
A vent’anni, il pirata. Perché a quell’età tutto quello che è fuorilegge, ti attira. Tanto hai la presunzione di cambiare le persone.
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C’è gente che ci riesce.
Chapeau. Ma c’è anche chi non ci riuscirà mai: conosco donne che passano anni a fare le amanti aspettando che lui chieda il divorzio.
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Lei a quale categoria appartiene?
Né all’una né all’altra. Quando ho capito che non potevo cambiare le persone mi sono messa il cuore in pace.
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Non è di quelle che insistono?
No. Quando trovo un muro, e parlo di muretti, non di cemento armato, mi tiro indietro. In amore non so combattere. Si dirà che forse non amo abbastanza, ma la verità è che non voglio sentirmi rifiutata. Non lotto per uno che non mi vuole.
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Preferisce rinunciare?
Non puoi obbligare una persona ad amarti se non vuole. Bisogna accettare la gente così com’è. Ci si deve incastrare, come nel Tetrix.
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Non è un po’ esagerata?
No e le spiego perché. Tempo fa sono caduta da cavallo e mi è andato fuori posto il bacino. Un osteopata me l’ha rimesso a posto, ma puntualmente torna nella condizione sbagliata. La natura umana, per quanto tu possa forzarla, torna nella deformazione. Succede anche nella vita. La persona si adatta al nostro volere, ma dura poco.
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A lei è capitato?
Nove anni fa. Ero fidanzata con un produttore del Medioriente: ci siamo conosciuti, innamorati, e sono andata ad abitare con lui a Beirut. Ho vissuto lì tre anni e non mi sono mai voluta adattare. Scalciavo come una bimba, non ho imparato nemmeno la lingua. Volevo imporre le mie idee in un Paese che mi ospitava. Follia pura.
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Che ricordo ha di Beirut?
Arrivai nel ‘99, un periodo in cui la gente aveva voglia di vivere, c’era una festa dopo l’altra. Ricordo i fuochi d’artificio: io correvo a spalancare la finestra perché li adoravo e la mia amica la chiudeva perché le facevano venire in mente il rumore delle bombe.
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Com’era lei da bambina?
Sono vissuta a Sant’Antioco fino ai sette anni: mi svegliavo e uscivo con il secchiello per andare in spiaggia. Poi ci siamo trasferiti a Cagliari.
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Adolescenza ribelle?

2 commenti | tags: Caterina Murino, Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado, Paolo Calabresi, Il bandito corso, Il giardino dell’eden, John Irving, Pietro Sermonti, Jean Reno | permalink

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