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Barbareschi incontra Mike Tyson: risultato prevedibile

Barbareschi incontra Mike Tyson: risultato prevedibile

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Lunedì, 1 febbraio 2010 19:47

Bisogna dare il proprio contributo a quella che Salinger chiamava la cosmica giustizia poetica. Il mio è stato non guardare il Telethon per Haiti in cui presentava gente come Georgino Clooney, cantava gente come Madonna e rispondeva ai telefoni gente come Julia Roberts. Quella stessa sera, sul fuso di Milano, andava in onda il nuovo programma di Luca Barbareschi. Chi ha avuto la tempra di vederlo dall’inizio dice che mi sono persa: una ballerina senza braccia; un esperto di terremoti; Serena Autieri. Ho acceso mentre Barbareschi annunciava uno dei molti video che non partivano (e quando partivano ti chiedevi «tutto qui?»), il quale doveva servire a introdurre Mike Tyson. Da lì, sono successe cose che vado a elencarvi in ordine decrescente di prevedibilità. La più ovvia: lui parlava, e l’interprete gli sovrapponeva delle frasi a caso. La simultanea dev’essere il settore in cui le trasmissioni tv più risparmiano: non c’è mai (ma proprio mai) una traduzione anche vagamente sensata e abbastanza credibile. Da Fazio se ne sono accorti, e ora sul sito mettono anche le versioni con l’audio originale dell’ospite, almeno uno spettatore che sappia un po’ di inglese il giorno dopo può scoprire cos’avesse detto davvero Michael Stipe.
Mediamente ovvio che Barbareschi volesse far sfoggio del proprio tanto decantato inglese, lui che ha lavorato in America, lui che bla bla bla. Lui che poi si scopre, sentendolo parlare, somiglia ad Aldo Biscardi quando faceva la pubblicità della Shenker: «La tua fama da bad boys», dice al povero Tyson, ed è solo una di molte perle genere «lesson number 1, la penna è sul tavolo». Del tutto imprevedibile, invece, il lavoro della redazione, o comunque si chiamino quelli grazie ai quali il conduttore non fa a Tyson una-domanda-una sulla morte della figlia, avvenuta lo scorso maggio, ma preferisce fargliene una ventina sul morso a Holyfield, roba del 1997.
Attribuiamo invece a Barbareschi stesso la responsabilità delle domande cinematografiche. È un attore, è un produttore, sa quel che dice se dice a Tyson – già presente in parecchi film, tra cui lo splendido Black&White (1999) – che mai nessuno si sarebbe aspettato di ritrovarselo attore (con riferimento a Una notte da leoni, 2009), e che «hai vinto anche un Globe per questo film... Hai vinto o sei stato solo candidato?». Per saperlo basterebbe aver guardato la cerimonia dei Globe, avvenuta solo quattro giorni prima (ha vinto il film, non Tyson). Quando poco dopo entra Fabrizio Corona, e – avendo più piglio e meno rispetto di Tyson del proprio gettone di presenza – dice a Barbareschi: «Ma perché non mi fai domande più di attualità, io da te mi aspettavo di più», e poi gli toglie la conduzione del tempo restante senza che Barbareschi neppure se ne accorga, dal mio salotto parte una ola. E la decisione di astenersi dalla visione del Telethon per Haiti: troppa professionalità ad alti livelli, il confronto sarebbe impietoso.
di Guia Soncini Vive provvisoriamente a Roma da 17 anni. Ha pubblicato Elementi di capitalismo amoroso (Rizzoli)

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