Bamboccione, basta (con) la parola
Mercoledì, 20 gennaio 2010 10:53
Care lettrici, cari lettori,
lo confesso, speravo di non sentirla più quella parola che aveva furoreggiato impietosa per settimane qualche anno fa, assordandoci con
la sua eco malevola e fortunatissima: la parola è bamboccioni ed era uscita di getto dalle labbra del ministro Tommaso Padoa Schioppa
ai tempi dell’ultimo governo Prodi. Sempre in prima pagina, sempre presente, poi l’oblio. Adesso un altro ministro, Renato Brunetta, con la sua provocazione, “tutti fuori di casa dopo i 18 anni” l’ha indirettamente riesumata. Ed eccolo, il bamboccione, è di nuovo tra noi. Provo a figurarmelo: è come se avesse la testa grossa e ciondolante da bambino su un corpo cresciuto. Cammina male, inciampando. E sorride a sproposito, anche se con una certa innocenza. Perché non c’è nulla da ridere, per lui, per noi, e per l’Italia. Ora, certo i nostri ragazzi escono più tardi dalla famiglia rispetto ai loro tosti coetanei stranieri, e in parte, sarà pure colpa loro.
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Ma è davvero un po’ meschino abbandonarsi in modo così compiaciuto al vecchio e caro scaricabarile. Come se l’economia ingessata, la politica inefficace, la scuola che non funziona, le case che costano troppo, il lavoro giovanile per definizione precario, non c’entrassero nulla. E invece, è proprio ciò che intendiamo quando diciamo “bamboccione”: fateci caso, procura un sollievo immediato, è la soluzione del caso, elementare Watson, è colpa loro! Noi adulti possiamo ancora dondolarci sull’amaca sonnecchiando ipnotizzati dal suono morbido e velenoso della parola. Lui, il bamboccione, magari guardandoci senza capire, sorriderà.
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Raffaela Carretta
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