Andrea Bocelli: a 53 anni ricomincio da Virginia
Venerdì, 1 giugno 2012 13:21
Da giovane aveva ritrosia verso i bambini. Per questo, quando è nato il suo, ha avuto paura: “di non volergli bene, che fosse un ostacolo”. Poi, prendendolo in braccio, ha capito che “quel piccolo involtino era la cosa più importante”. Ora, con due figli già adolescenti, è diventato papà per la terza volta. Di una femmina. La prima. Lui che “senza le donne il mondo sarebbe una tragedia
di Federica Furino - foto Giovanni De Sandre
I primi a manifestarsi sono Chopin e Saetta: il poliziotto buono e quello cattivo in versione canina, un labrador e un meticcetto spettinato con potere di abbaio inversamente proporzionale alle dimensioni. Chopin si avvicina per ricevere la grattata di ordinanza, Saetta fa il feroce. "Quello da guardia è lui", avverte il signore gentile che mi guida nel cortile di casa Bocelli. Se è vero che quando una persona non piace al tuo cane non piace neppure a te, c’è il cinquanta per cento delle possibilità di far colpo sul resto della famiglia, tutta attorno a un tavolo da giardino nel fresco di una mattinata versiliese di fine maggio. Nell’ordine: Virginia, l’ultima arrivata, che si gode il suo favoloso mondo di bambina di due mesi dal materassino della culla; Veronica, mamma di Virginia e compagna di Andrea, nonché sua manager, bella e sorridente, e poi Andrea. In versione domestica: pantaloni e polo blu, barba di un giorno. Tutti reduci da un weekend di festa e di famiglia per il battesimo della bimba (le foto in queste pagine, un’esclusiva i cui proventi sono andati a NPH Italia per il reparto di Neonatologia dell’ospedale pediatrico N.P.H. Saint Damien in Haiti, così come le bomboniere): terza figlia di cotanto padre (Amos, padrino della piccola, e Matteo, nati dal matrimonio con la ex moglie Enrica, sono adolescenti), ma soprattutto prima femmina. Suprema legge del contrappasso paterno, come tutte le figlie femmine. "E io sono anche geloso".
Un guaio.
La figlia femmina è un altro mondo.
Lei che padre è?
Apprensivo, attento, presentissimo.
Come riesce a godersi anche i figli?
Quando sono a casa il mio tempo è dedicato a loro. E quando sono fuori, recuperiamo via mail, telefono e skype. Li ho abituati fin da bambini.
Funziona pure ora che sono adolescenti?
Un vecchio saggio diceva che i ragazzi chiudono le orecchie sulle parole ma gli occhi ce li hanno aperti. Mi adeguo e cerco di essere, per loro, un modello da seguire Poi abbiamo i nostri spazi familiari, come il pranzo e la cena, o certi dopocena in cui ci si confronta. E non da amici. Da genitori e figli. Mai dire mai nella vita, ma Matteo e Amos hanno 14 e 17 anni e con loro ho un rapporto che fila liscio. Non ci sono mai scontri.
Ora è arrivata la bimba.
Un altro mondo, lo ripeto.
Lei e Veronica state insieme da dieci. Perché un figlio proprio ora?
In realtà abbiamo sempre avuto due bambini: i miei due. Veronica li ha adottati spiritualmente, aiutandomi nell'impresa titanica di educarli. Quindi i figli non ci sono mancati. Poi è arrivata un'esigenza, soprattutto sua, di essere madre. Cosa a cui non si sfugge.
La legge del Dna?
Mi viene in mente quello che Nietsche fa dire da Zarathustra, e cioè che la donna è un enigma la cui soluzione si chiama gravidanza. È vero.
L'uomo che parte ha?
È uno strumento, e ama essere tale. Perché all'uomo piace essere usato dalla donna. Sono regole brutali ma vere. L'uomo non nasce padre. Si scopre padre più avanti.
A lei quando è successo?
Io da giovane ho avuto una certa ritrosia verso i bambini, mi davano quasi un po' fastidio. La prima reazione che ho avuto quando è nato Amos, è stata la paura: paura di non volergli bene, paura che diventasse un ostacolo. E invece, appena l'ho preso in braccio, ho capito che quel piccolo involtino di carne era la cosa più importante della mia vita.
Ora, a cinquant'anni, ricomincia da capo. Nessun timore?
No. Amos e Matteo sono pazzi della piccola: colmeranno le lacune che io avrò quando lei arriverà a diciotto, vent'anni.
La paternità migliora invecchiando.
È vero, si dice così, quindi, chissà? Probabilmente nel futuro avrò anche più tempo da dedicare a Virginia.
Rivoluzioni in vista?
No. Continuerò a fare il mio lavoro al meglio. Ma quando la voce mi presenterà il conto e capirò che i miei dischi e i miei concerti non saranno più quelli che voglio siano, mi ritirerò.
Come si passa da una dimensione pubblica a quella privata?
Io mi sento più a mio agio al battesimo di mia figlia, circondato dai miei amici di sempre, che a cantare al Central Park davanti a 70 mila persone. Un concerto come quello è il massimo che chi fa il mio mestiere possa aspettarsi dalla carriera. Ma è un fatto eccezionale, che al limite capita una volta nella vita. E come tale va trattato. La normalità è la famiglia.
Ricorda quando cantava nei piano bar?
Come fosse ieri. Cantavo per passione e non avevo la pressione psicologica che ho oggi. La passione ce l'ho ancora, ma il pubblico paga un sacco di soldi per venire ai miei concerti. È inevitabile sentire la responsabilità.
Per questo nel 1998 scriveva: «Ho l'impressione sgradevolissima di essere diventato una macchina da soldi»?
Mi dava fastidio essere al centro di tanti attriti, tanti litigi tra parti avverse negli interessi. Mi ci sono abituato, ma di mio resto uno che cerca di seminare pace.
Si lamentava anche della solitudine nella stanza l'albergo. La sente ancora?
Ora meno. L'uomo è un animale che si abitua a tutto. È talmente mostruoso in questa sua capacità, che si abitua anche alle condizioni più dolorose. Per me, i camerini, le camere d'albergo, gli studi televisivi erano delle prigioni. Ho dovuto trovare il mio modo di vivere dentro questi spazi, fatto di computer, musica, libri. Paradossalmente, ora a volte mi manca.
Parlando della sua fondazione ha detto: «Anche io da ragazzo ho conosciuto la condizione del bisogno, ho chiesto aiuto e soccorso». Come si convive con la condizione del bisogno?
Bene, se hai il carattere adatto. Devi imparare ad accettarti, così come sei. Sembra un luogo comune, ma un conto è pensarlo, un conto è farlo. Se si guarda attorno, si accorgerà che sono poche le ragazzine o i ragazzini che ci riescono. Il segreto, quello che cerco di spiegare ai miei figli, è che non bisogna per forza fare quello che si ama, per essere felici. Bisogna piuttosto amare quello che si fa. È l'educazione che fa la differenza.
La sua com'è stata?
Mi hanno insegnato a vedere il bicchiere mezzo pieno. Io ci ho creduto e ho continuato a pensarla così. La vita è sempre un dono: merita di essere vissuta sempre.
Che cosa sono state le donne per lei?
Un capitolo fondamentale. Perché confesso, senza pudori, di avere una natura estremamente passionale. Rientro in quella categoria di uomini che sentono l'attrazione fatale verso il gentil sesso. Senza scadere, mi auguro, in quelle forme patetiche di disperazione gonnellara, che fa di un uomo un quaquaraquà. Ma per me il mondo senza le donne sarebbe una tragedia. Noiosissimo.
È romantico?
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