Ambra: riprendo sempre in pugno la vita
Giovedì, 12 gennaio 2012 11:56
Quando le hanno detto “Tu non servi più”. Quando il pubblico non ricordava chi fosse. Quando è diventata bersaglio dei paparazzi. Da vent’anni sulla breccia, ora al cinema nel sequel di Immaturi, la pupa di Non è la Rai ha imparato a difendersi dai mostri. “Sono dove voglio essere”, dice. “Non mi manca niente. Ho la sicurezza, l’amore folle, l’impossibilità di farne a meno, la fragilità. E la noia”
intervista di Giancarlo Dotto - foto Alessio Bolzoni
Il feeling scoppia in un ristorante romano davanti a una minestra calda d’arzilla nell’esatto momento in cui tiro fuori dalla tasca la macchinina rossa del figlio e gliela consegno non senza un po’ di scena. Intendiamoci, non sono il tipo che ruba le macchinine ai bambini. A farla breve, l’avevo trovata due giorni prima sotto il letto di casa mia, la stessa dove lei, Ambra, un anno prima era transitata con il figlio, dovendo girare non so quale film. La trovo splendida, alta più di quanto immaginassi, due occhioni molto accesi, svelta di pensiero e di parola. Svelta e affamata. Associa liberamente. «Io mangio, mi piace proprio mangiare, il vino è buonissimo... sicché, lei è lo stesso che scriveva di Carmelo Bene?».
Che ne sai lei di Carmelo Bene, non ha l’età...
Stefania De Santis, la mia insegnante di dizione dai tempi di Non è la Rai, era una sua musa. È stata lei a togliermi da quel baratro d’ignoranza e a insegnarmi tutto sul teatro, non solo la tecnica.
Lo facciamo felice suo figlio con la macchinetta ritrovata.
Una storia magica. Poi, sono le Hot Wheels queste, mica macchinine qualunque. Dovrebbe conoscere Leonardo per capire... Ha cinque anni ma è un bambino anziano, a lui non interessano le cose dei piccoli.
Dal bambino anziano agli adulti immaturi del suo film.
Dopo esserci riuniti per affrontare una seconda volta l’esame di maturità, un incubo, ora, con il sequel, Immaturi – Il Viaggio, ci ritroviamo per il viaggio mai fatto, quello della maturità appunto. Partiamo tutti per un’isola della Grecia. Solo che, fatta a 19 anni la cosa ha un senso, a quaranta è diverso.
Vale a dire?
Ti aspetti chissà cosa e invece arrivi e scopri che i tuoi amici sono dei tristoni cresciuti ma che non si sono ancora presi le loro responsabilità. Prevalgono i piccoli egoismi, in più la presenza di mogli, figli e madri non aiuta, chi viene trascinato da una parte, chi deviato dall’altra.
Lei nel primo aveva problemi di sessodipendenza.
Mi concedevo troppo, che poi era un problema di sessuofobia. Le due cose, lo sappiamo con certezza, sono correlate.
Come bulimia e anoressia. Con chi se la fa nel sequel?
Avendo questo problema, decido di stare da sola. L’esercizio che mi viene dato nel primo film è stare cento giorni senza avere nessun tipo di rapporto.
La domanda che mi sale dalle viscere...
Viscere è brutto, soprattutto a pranzo...
La domanda che mi sale imperiosa è: ci sono analogie fra il personaggio e l’attrice?
Decisamente no (ride). Non ho questo genere di problema. Piuttosto, ho sofferto di bulimia in passato, ma Paolo Genovese, il regista, all’epoca neanche lo conoscevo.
Perché ha scelto lei per la parte della sessuofoba?
Era un personaggio difficile. Andava reso tutto delicato e ironico, evitando il dramma. Nel sequel abbiamo eliminato quest’aspetto. Abbiamo scoperto che molti, guariti da questo tipo di dipendenza, diventano alcolizzati o cleptomani.
Nel caso suo?
Appena capisce che le sue aspettative verranno deluse, comincia a rubacchiare qua e là, senza criterio, cocomeri, magliette, ruba i biberon ai bambini, quello che capita, mettendo nei guai tutta la cricca... Ecco, questa è una cosa che invece io ho fatto.
Non mi dica, cleptomane come Winona Ryder?
Non proprio, però da ragazzina l’idea di sfidare il potere, di andare nei supermercati e rubacchiare il rossettino, le cose, e cercare di farla franca…
E la facevi franca?
Sì sì, sempre. Avevo delle tecniche incredibili, molto raffinate.
Il piacere di questo set, a parte rubare nei mercati?
Girare di nuovo con Paolo Genovese. Lui sa come trattare certe mie fragilità. Fosse per me, non mi sceglierei mai. Faccio sempre fatica a pensare che qualcuno voglia investire su di me. E stavolta il percorso era anche più ostico. I sequel sono sempre una rogna.
Sta da vent’anni sulla breccia, tra televisione, cinema e quant’altro.
Ventuno per la precisione. Ho scoperto qualche giorno fa da Vespa che nove anni ancora e riesco pure ad andare in pensione.
Il perfido Antonio Ricci mi ha fatto rivedere lo scorcio della puntata mandato da Striscia. Lei e Vespa, lui imbarazzante.
Appena ha cominciato a parlare di sesso, gli si è aperto un mondo. Sono arrivati solo primi piani su di me. Gli ho detto: «Scusi, signor Vespa, ‘sta perversione tutte le volte, ma perché?».
Ogni volta che c’è lei, lui si riscalda parecchio.
Se ne esce così: «Adesso voglio un primo piano di Ambra fisso, perché parliamo di dipendenza da sesso». Io me so’ alzata dal divano e gli faccio: «Senta, voi inquadrate me, però visto che me sa che il problemino ce l’abbiamo tutti e due io vengo vicino a lei».
Lui si è prestato.
Eccome, non vedeva l’ora.
Bruno Vespa: untuoso cortigiano, grande professionista o entrambe le cose?
Tutti sono dei mostri se ti lasci usare.
Lei quando ha imparato a difendersi dai Vespa?
Saranno cinque annetti, non di più. Gli altri 15 li ho passati a farmi usare a momenti alterni, una pedina che non portava a casa niente. Da madre sono diventata una donna pratica. Il mio motto è: «O per soldi o perché mi serve, altrimenti niente».
Una cinicona.
C’è la crisi, pagano sempre meno e le promozioni non hanno compenso, almeno non mi succhiare via l’anima, giochiamocela. Allora diventa divertente anche Vespa.
Come cambia Ambra quando diventa madre?
Dovendo curarsi di altri, guarda le cose con più distacco. Diventi più lucida, vedi meglio cose che, magari, sono piccole e tristi, però lo sai e allora sai come affrontarle. Il mio poi è un lavoro precario. Un anno tantissimo, l’anno dopo niente…
Mica tanto. Lei lavora come una matta.
Le cose te le fai andar bene. Certo, io pure vorrei fare il film di Sorrentino che va a Cannes e poi vince l’Oscar, ma non è sempre possibile. Ti accontenti allora di fare cose che ti piacciono, siano dignitose e anche popolari, perché no? Chi l’ha detto che sei sporco se fai una cosa che piace alla gente?
Dopo anni di vagabondaggio, col cinema ha trovato pace. Può dire: «Ambra Angiolini, attrice».
Non per fare l’originalona a tutti costi, ma anche a Non è la Rai si recitava, c’era una sceneggiatura precisa, un ruolo da interpretare.
La vedo molto focalizzata sulla torta di mele.
Una volta a Milano, io e la mia agente ne abbiamo fatta fuori una intera con la panna. Sparita in 35 secondi dal tavolo. Che schifo.
Sarà schifoso, però smaltisce alla grande.
Perché corro come una disgraziata io... Corro per non uccidere, fondamentalmente.
Già la vedo la titolista che si avventa su questa frase.
Ho avuto il mio periodo di nervi a pezzi e allora, per evitare qualsiasi tipo di cura, ansiolitici, tutta roba che mi fa orrore solo al pensiero, corro. Non sto demonizzando nulla, ma io devo farcela da sola… La prima volta ho fatto quattro chilometri e mezzo, non correvo da una vita. Adesso faccio nove chilometri fissi.
«Corro per non uccidere». Il concetto merita un approfondimento.
Rabbia, aggressività. Ho scoperto cose di me che ignoravo. Adesso le conosco e ci rido sopra. So come arginarle.
Esempio?
3 commenti | tags: Immaturi - Il viaggio, Bulli&pupe, Gianni Boncompagni, Ambra Angiolini, Francesco Renga, Non è la Rai, Ferzan Özpetek., Saturno contro | permalink