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Alessandro Preziosi: "Mi piace toccare il fondo"

Mercoledì, 10 marzo 2010 13:06

Non vuole complimenti. Non sopporta l’idea di una felicità costante (“preferisco capire che cos’è il fango in cui mi rotolo”). Pensa che quello tra uomini sia “l’amore assoluto”, ma è contrario ai matrimoni gay. È un figlio ribelle e un padre all’antica. “Dite che ho bisogno di andare in analisi?
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di Federica Furino - Foto Max & Douglas

L’unica cosa più complicata dell’amore è la famiglia, dice la locandina del suo film (Mine Vaganti, diretto da Ferzan Ozpetek, nelle sale il 12 marzo). Non ci fai caso subito, ma dopo due ore di intervista con Alessandro Preziosi ti convinci che nell’affermazione ci sia del vero. Perché famiglia e amore sono, un po’ per tutti, atti diversi della stessa commedia. Ma uno che nasce a Napoli in una casa di personalità “ingombranti” (papà avvocato di fama, mamma magistrato) con ideali pedagogici decisamente spartani, e decide nell’ordine di a) diventare padre a ventidue anni, e b) stracciare un 110 e lode in Giurisprudenza per fare l’attore, ecco uno così qualche attitudine in più della media per la complicazione domestica ce l’ha.
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Arriva all’appuntamento vestito di nero e con la faccia stanca, reduce da un recital in teatro sulle Confessioni di Sant’Agostino, uno dei due impegni del momento. L’altro è, appunto, Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek: la storia di una famiglia meridionale alto-borghese, in cui Alessandro è Antonio, primogenito e figlio modello, destinato a ereditare il pastificio del padre finché non decide di fare outing e rivelare la sua omosessualità.
Com’è stato lavorare con Ozpetek?
Una fatica, e io la fatica la maledico perché di natura sono indolente e intollerante. Dopo l’ultima ripresa di Elisa di Rivombrosa, avevo detto alla mia agente: «Segnati questo giorno, perché da oggi io di lavorare in televisione non ne voglio più sapere». Poi vedo i risultati, e allora ringrazio gli sforzi.
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In effetti al Festival di Berlino ha conquistato applausi. Contento?
Certo. Ma, in genere, i complimenti non mi fanno un bell’effetto. Sono più utili i rimproveri.
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Ha bisogno di essere pungolato?
Sì, altrimenti mi siedo. In tutta la mia vita, a scuola, all’università, e anche dopo, nessuno mi ha mai detto: «Sei bravo».
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La verità: meritava i complimenti o no?
Al liceo ero in classe con quindici geni, e avevo una media di interrogazioni mostruosa. Ero sempre rimandato, così per cinque anni non ho fatto altro che studiare e alla maturità ho preso un voto altissimo. All’università mi sono laureato subito. Ma anche lì, non è che i miei mi dicessero: «Hai passato l’esame e ti regaliamo il motorino». Mi cazziavano perché non avevo preso trenta.
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Ha avuto dei genitori severi?
Il ricordo che ho della mia educazione è quello di un vestito improprio di carnevale. La pecora è bianca? A me vestivano da pecora nera. Erano un po’ ingiusti: la televisione mai in camera, niente motorino, poca libertà nelle uscite. Non so se avessero capito così bene com’ero fatto da tenermi apposta la carota davanti senza farmela mangiare mai. Di certo hanno alimentato la mia capatosta.
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È stato utile?
Senza quella repressione e il mio spirito di contraddizione, forse non avrei abbandonato l’avvocatura e non sarei diventato quello che sono oggi.
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Ha scelto di fare l’attore per andare contro i suoi genitori?
No. L’idea di avere un futuro troppo spianato non mi piaceva, ma non rinunci alla tua vita perché caratterialmente non ami le cose facili. La verità è che volevo smettere di essere velleitario. Facevo le imitazioni con gli amici e amavo la musica, e volevo capire se tutto questo potesse avere un senso.
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Mine Vaganti racconta la storia di una famiglia alto borghese del Sud. Ci si ritrova?
Nella difficoltà di comunicazione con i genitori, sì. Io non posso dire di avere avuto problemi, paturnie o dipendenze, ma se anche le avessi avute, me le sarei tenute per me. Mia madre e mio padre non hanno mai voluto essere dei confidenti. Dicevano, a ragione o a torto, che avevo già tanti amici. Nel contratto familiare non era previsto manifestare le fragilità: le debolezze venivano scardinate abbastanza imperativamente. Visto il mio carattere hanno fatto benissimo. Ma un po’ di dolcezza l’avrei gradita.
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Fratelli ne ha?
Due, uno più grande e uno più piccolo. Abbiamo avuto un’infanzia turbolenta e ci siamo riempiti di mazzate: violenza gratuita e poca solidarietà. Siamo stati un po’ bastardelli. Vivevamo nel terrore dei nostri genitori e ci ricattavamo uno con l’altro.
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Lei che padre è?
Credi di essere l’opposto dei tuoi genitori e invece sei il prolungamento dell’educazione che ti hanno dato. Voglio che Andrea (14 anni, avuto dalla prima compagna, ndr) vada bene a scuola, e se prende sette gli dico che è poco. Cerco di dargli buoni esempi, ma anche di mostrarmi come sono: i figli non vanno illusi. Elena (4 anni, avuta con Vittoria Puccini, ndr) smetterà di prendere il ciuccio quando io smetterò di fumare.
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Il suo primo bambino l’ha avuto a ventidue anni. Che cosa vuol dire diventar padre così presto?
Smettere di essere figlio. Un po’ come quando perdi i genitori e sei costretto a diventare grande: in questa rapidità di crescita mi sono perso il graduale miglioramento delle cose.
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Andrea, non vive con lei. È stato difficile fare il padre a distanza?

tags: Alessandro Preziosi. Vittoria Puccini, Sant'Agostino, Datemi tre caravelle, Il ponte sullo stretto di Messina, Mine Vaganti, Ferzan Ozpetek | permalink

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