Alessandra Amoroso: a casa mia siamo tutte piagnone
Giovedì, 21 giugno 2012 13:03
E lei non fa eccezione: famose le sue lacrime appena sale sul palco e sbircia in platea: “Mi parte un temporale dalla pancia, poi sale ed esplode”. Però, dopo la seconda vittoria ad Amici e il nuovo album, è pronta per partire per gli Usa e realizzare un vecchio sogno: cantare il gospel. E per cominciare a pensare che il successo è anche merito suo
di Paola Maraone - foto Alessio Pizzicannella
La costruzione di un successo, proprio come quella di un amore, spezza le vene delle mani e mescola il sangue col sudore. Legge universale scomoda e perfettamente nota ad Alessandra Amoroso, che mi aspetta a Roma una mattina di sole, in una casa tutta bianca dentro un condominio popolare di fronte ai gasometri del quartiere Ostiense. Stabilmente in vetta alle classifiche insieme alla sua amica e conterranea Emma, dopo l’ultima vittoria ad Amici ha smesso di fumare («Avevo fatto fioretto»). Ora, sul set del video del nuovo singolo Ciao, lotta per non ricascarci e intanto tira boccate un po’ troppo nervose da una sigaretta elettronica. Non ha un rapporto facile con la stampa. «Posso vedere la lista delle domande? Cosa sono questi puntini che fa sul foglio?» mi chiede. Intervistarla significa muoversi con cautela su un terreno sempre sdrucciolevole, conquistando un centimetro alla volta. Bruschi cambi di direzione sono possibili: Alessandra è uno yo-yo che apre squarci improvvisi e poi torna a proteggersi, una popstar bivalve che amplia e subito dopo restringe i propri confini. Le succede anche con i fan: «Li amo e li maltratto. Spesso avverto il bisogno fisico di tenerli a distanza. Quando vedo le stesse facce assiepate dietro i cancelli del posto dove sto per cantare per tre sere di fila dico: “Adesso, però, tornatevene a casa”. In certi momenti li ammazzerei, e lo sanno. Per loro sono un libro aperto. Sanno come farmi stare bene con una frase come si accorgono che sono giù, ho le scatole girate, ci rimango male per una cosa o sto per piangere».
Cosa che avviene, mi risulta, piuttosto di frequente.
È un’eredità familiare. In casa, tutte le donne sono piagnone. Mia nonna, mia zia, mia mamma. E con gli anni, sa, non si migliora: se sei nata con le lacrime in tasca, resti così per sempre.
Sono famose le sue caragnate all’arrivo sul palco: sbircia tra il pubblico e già parte la prima lacrimuccia. Riesce a predirne l’arrivo con buona approssimazione?
Sì, perché mi fa male lo stomaco. Una stretta intensa come quando non mangi, e hai fame. Mi parte un temporale dalla pancia, poi sale ed esplode.
Ha mai provato a fermarlo?
In casi estremi, ma non ci sono mai riuscita. Ormai tutti mi sfottono, mi provocano: «Eddai, Alessandra, adesso facci il piantino».
E lei che fa?
Zampillo subito come una fontana.
Non mi è chiaro per cosa piange esattamente, Alessandra. Rabbia? Paura? Emozione?
Piango per tutto. Se sono nervosa, triste, felice. Piango troppo e per qualsiasi stato emotivo: per esempio, cantare davanti a 15mila persone. Una volta ho pianto per una puntata dei Simpson.
Prego?
Massì. Bart, il fratello maggiore della piccola Lisa, la tratta sempre male. Ma in una puntata le ha fatto una carineria, le ha detto qualche parolina dolce, e io mi sono commossa.
Di recente, durante una puntata di Amici, ha fatto piangere anche Sharon Stone per la sua interpretazione di If you don’t know me by now. Cos’ha pensato in quel momento?
Due cose. La prima: «Per una volta non sono io la frignona». La seconda: «C(..), ho fatto piangere Sharon Stone».
Sui «grandi», del resto, ha sempre fatto colpo. Baglioni e Morandi non hanno che parole d’elogio per lei, l’hanno definita struggente. L’ha detto pure la Pausini.
Laura l’ho incontrata una volta per caso dal parrucchiere. Stavo malissimo: ero esausta, sempre in giro, decisamente giù di tono. Lei ha capito al volo e mi ha dato un bel consiglio: «Tieniti care le persone che ti sono sempre state vicine».
Mi sembra che a questo ci fosse già arrivata da sola.
È vero, sono morbosamente legata alla famiglia, a Lecce, ai luoghi che amo. Quando parto e sto via per un po’ di tempo, ogni volta che torno a casa do un bacio allo stipite della porta. Sento la mancanza della lavatrice, del frigorifero. L’ultima volta è riuscita a mancarmi pure la scopa elettrica.
Figuriamoci il fidanzato.
Una colonna portante della mia vita. Il punto è che per me Luca è perfetto. O quasi.
Fortunata. È espansivo come lei?
No, è più introverso e timido. Però ci compensiamo bene, sa cosa dirmi quando sono in difficoltà. E poi riesce a proteggermi quando ricevo una critica ingiusta.
Per esempio?
Tendo a rimuoverle. Ma è molto facile farmi stare male, non so schermarmi né filtrare: avrei bisogno della protezione 50 contro il mondo. Sono una persona che colpisci con poco, perché tendo a dar credito a tutto quel che mi vien detto. In più, sono ipercritica e tendo a sminuirmi.
Perché lo fa? È troppo consapevole?
O troppo poco. La verità è che non mi piaccio abbastanza. So che posso arrivare fino a un certo punto, ma poi, senza gli altri, sento di non farcela. La vittoria ad Amici, il successo, il primo posto in classifica: non è merito mio.
E di chi, allora?
Di Maria De Filippi. Del pubblico. Della mia famiglia. Al quarto posto ci metto la mia determinazione.
La voce?
Al quinto.
Si sottostima? Per questo passerà l’estate negli Stati Uniti a studiare gospel, per emanciparsi un po’?
In parte. Mi piacerebbe reincarnarmi nella Whoopi Goldberg di Sister act. La musica che faccio ora è molto più melodica, ma il gospel mi affascina da sempre. Da ragazzina ho cominciato cantando Happy days e I will follow Him, roba religiosa, e vorrei continuare a esplorare quel filone. Però non creda che a New York ci vada da sola: parto assieme al mio compagno, poi ci raggiungeranno alcuni amici.
Come si immagina quest’esperienza?
Se ho imparato una cosa importante, è che non devo aspettarmi mai niente. Ho una vaga immagine di me stessa impegnata a cantare il gospel nelle chiese, però in versione Sampei, il ragazzino del cartoon con una canna da pesca in mano e un cappello in testa.
Mi scusi, ma non vedo il nesso.
Spero che quest’estate sia un’occasione per crescere, e Sampei è un personaggio che ammiro, perché vuole sempre insegnarci quant’è importante saper perdere e saper accettare la superiorità degli avversari. E poi crede nella possibilità di riscatto per chi ha sbagliato, e cerca sempre una ragione per la malvagità delle persone.
Filosofia da cartone animato.
Vale più di quel che crede. I cartoni animati contengono tanta ironia e hanno una forte carica emotiva. Mi aiutano molto. Anche a combattere le mie paure.
Cosa le fa paura, Alessandra?
Volare. Il buio. Essere abbandonata.
E cosa sogna, invece?
Fare un concerto allo stadio. Conoscere Mina. Imparare, prima o poi, a salvarmi la vita da sola.
ANNALISA, IL CARISMA DELLE ROSSE
La musica femminile non è tanto rosa, quanto rossa. Annalisa «Nali» Scarrone, classe 85 e savonese di nascita, porta avanti la fortunata scia cantautrici dalla chioma fiammante. Ma, tra tutte, la rossa preferita di Annalisa (uscita dalla decima edizione di Amici con il premio della critica) è una che ha fatto la storia della musica italiana: Fiorella Mannoia. «L’emozione più forte l’ho provata quando ho cantato un medley di Quello che le donne non dicono e Notti di maggio con lei», racconta. Le dico che nel suo ultimo video, Senza riserva, è bellissima con quel viso tutto occhi, gli zigomi alti, la pelle di porcellana, e ricevo come risposta una risatina imbarazzata. Quello di cui ama davvero chiacchierare Nali è la musica, una passione iniziata in tenerissima età. «Ho iniziato a studiare chitarra classica a sei anni», spiega. «A 13 ho trovato la mia dimensione nel canto grazie a Danila Satragno, vocal coach e corista nell’ultimo tour di Fabrizio De Andrè».
Dopo il suo disco di debutto, Nali, torna con Mentre tutto cambia (Warner). Un titolo che s’ispira alla sua vita?
Sì, certo. In ogni pezzo ci sono io e le cose (non poche) a cui ho dovuto rinunciare, quelle inaspettate e bellissime, ma anche le venature più intime e personali di quest’ultimo anno. Sento molto mio il brano di Noemi Vuoto a perdere: a volte capita di sentirsi proprio così… La mia visione del mutamento è che debba sempre avvenire con naturalezza ed onestà. Se è una forzatura non ha nulla di positivo. Questo è un po’ il filo conduttore del disco. La vera protagonista, però, è la musica. O meglio il mio rapporto con la musica, che è sempre stata il centro dei miei pensieri e delle mie insicurezze. E oggi finalmente è la mia professione.
Ha altri amori musicali?
Sono cresciuta con il mito di Mina: Se telefonando è stata la colonna sonora della mia infanzia. Poi mi sono avventurata in Joni Mitchell, Depeche Mode, Sigur Ros, Muse, Coldplay, Radiohead, Fabrizio De André e pure Madonna. Il mio mito, però, è in assoluto Björk.
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