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Aiuto, c’è una diva nel mio armadio

Venerdì, 10 febbraio 2012 12:12

Mezzi guanti di pizzo come Madonna per dare una vera svolta. Pelliccia e polo griffate come Gwyneth Paltrow per darsi un’aria aristosnob. E, ora, una borsetta come Meryl Streep per non negoziare mai. Che cosa succede quando il cinema detta, e ridetta, il dress code

di Serena La Rosa

Madonna in Cercasi Susan disperatamente (1985)

Mi sono sempre lasciata molto suggestionare. Dalle eroine dei cartoni (piantai un capriccio supersonico per prendere lezioni di scherma e diventare Lady Oscar), figuratevi dalle dive del cinema. E siccome sono cresciuta negli anni Ottanta, il primo film che cambiò per sempre il mio guardaroba fu Cercasi Susan disperatamente. Per chi non c’era: una commedia degli equivoci in cui una casalinga annoiata perde la memoria e si convince di essere Susan – cioè: Madonna. A parte il limite anagrafico, è esattamente la svolta che a 12 anni speri possa prendere la tua vita. Tutto quello che serve è un grosso fiocco in testa e mezzi guanti di pizzo.
Gwyneth Paltrow nei Tenenbaum (2001)

Mi sarebbe stata più utile un’infanzia problematica. Milionaria anche, sì, ma temo che tra me e Margot Tenenbaum (nei rispettivi universi di riferimento: l’aristocraticamente emaciata Gwyneth Paltrow e la sottoscritta, eterna sconfitta nella battaglia contro l’appetito), la differenza fosse più di tipo esistenziale. E che non mi sarebbe bastato, quindi, buttare una vera pelliccia Fendi sopra all’autentica maxi-polo Polo Ralph Lauren per riuscire a ottenere quell’aria infastidita dalla vita. In ogni caso, l’accrocchio più vicino all’accostamento casual-couture che sono riuscita a realizzare consisteva in un cappotto nero chiuso su tuta Adidas in acetato blu. Ammirevole la cura del dettaglio: occhi bistrati, vizi nevrotici, scarpe basse e ambizioni blasé.

Kirsten Dunst in Marie Antoinette (2006)

Poi c’è stato il momento in cui ho finalmente capito che l’understatement è una leggerezza imperdonabile. E che, se ti vuoi divertire, la prima cosa da fare è sollevare gli angoli della bocca, poi invitare le amiche per merenda: molte amiche, molte merende. Tutte in perfetto accordo cromatico. Grandi donne hanno bisogno di grandi gonne e poderose acconciature a bilanciare (all’uopo torna comodo il testone di Kirsten Dunst). Per fortuna, ho contemporaneamente capito che la citazione migliore non è quella letterale: non c’è bisogno del millefoglie in crinoline autentiche, ché volumi ariosi ma stirabili consentono comunque di mascherare rilassamenti e altre catastrofi (almeno finché le braccia reggono). Ma soprattutto: ho imparato che non esistono cattive giornate, solo giornate che necessitano di un paio di scarpe nuove. O più.

Tilda Swinton in Io sono l’amore (2009)

Scarlett O’Hara non era una signora, si sa. Pertanto, quando c’è stato da mettere la testa a posto, ho creduto più opportuno ispirarmi alla Tilda Swinton borghese (insopportabilmente) inquieta di Io sono l’amore: divorzia comunque, ma almeno ha un lieto fine. E poi è una delle rare occasioni in cui Swinton, invece di mortificarsi in abiti che la fanno sentire tanto intelligente, splende di genuina sartorialità. «Un guardaroba espressivo», l’ha definito lei, per via della scelta di indossare il rosso nelle scene da fresca innamorata. Un guardaroba su misura disegnato da Raf Simons per Jil Sander come fosse un’eredità di famiglia, direi io, e rende meglio l’idea. Non potendo contare sui bauli della nonna (nella vita reale gli abiti vecchi tendono a essere – ahimé – consunti), mi sono comprata un solo perfettissimo tubino. Però rosa.
Bérénice Bejo in The artist (2011)

Per cominciare, potremmo smettere di parlare. Come scelta di stile, dico. Dopotutto: The artist è il film dell’anno, e a nessuno verrebbe mai in mente di criticare la presenza scenica di Bérénice Bejo in quanto diva del muto. Senza contare che, rimanendo zitta, una si risparmia – e fa risparmiare – molti imbarazzi. E poi in giro è pieno di Mary-Jane di vernice e abiti scivolati (le linee di successo sono quelle che gratificano i difetti, e negli anni Venti non c’era nessun bisogno di avere un punto vita). Più impegnative le paillettes, ma certo sono un ottimo spunto di conversazione (altrui). Mi rendo conto che qualcuno potrebbe accusarmi di irresponsabile escapismo, ma sul serio: chi ha bisogno di confrontarsi con la realtà se può permettersi un cappellino a cloche?
Meryl Streep in The iron lady (2011)

L’alternativa è trasformarsi in Meryl Streep variante Lady di ferro. Per la qual cosa, lo immaginate da sole, ci vuole una certa tempra. E tailleur rigorosi – ma pantaloni mai – con pochi accenni frivoli. Immancabili le perle di famiglia, come una tata a tempo pieno, e l’unico accessorio non negoziabile: la borsetta. Per Margaret Thatcher, «il posto più sicuro di Downing Street». Per noialtre, quantomeno, un efficace corpo contundente.
Jessica Chastain in The help (2011)

Una soluzione io ce l’avrei: se mute è troppo, facciamo almeno finta di essere sceme. Può non sembrare la più emancipata delle trovate, ma Celia Foote – la versione bionda di Jessica Chastain candidata all’Oscar – è il personaggio migliore di The help. Solo per lei vale la pena convertirsi agli anni Sessanta: colori pastello, fiorati decisi, sorrisi imperturbabili. E dietro agli occhiali da gatta, la tigna di chi ha deciso di resistere agli urti, e per questo è scesa dai tacchi a spillo ed è salita sui kitten heels - appuntiti uguale, ma più comodi di almeno otto centimetri.

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La mia vita perduta dietro una slot machine

La mia vita perduta dietro una slot machine

Il demonio è in tabaccheria. Si comincia per caso, immolando qualche spicciolo. Chi vince è già in trappola. Mentre lo Stato e la criminalità fanno i soldi, il gioco compulsivo imprigiona quasi due milioni di italiani, tra i quali molte donne. Liberarsi del tutto è impossibile. Ma qualcuno impara a controllare “la belva”di Rosa MatteucciL’oscura compagnia dei dannati delle slot azzardano una partita dopo l’altra, il cui esito è scontato già prima di cominciare. Si giocano la vita in cambio di un centinaio di euro, se sono fortunati. In pochi mesi d’apprendistato, uomini e donne (due signore ogni dieci uomini), non importa l’estrazione sociale o il titolo di studio, dagli adolescenti agli ottuagenari, si atrofizzano in morti viventi. Disumanizzati e avviliti, ondeggiano fra la mancanza di una via d’uscita e l’imperturbabile tirare avanti, sempre alla ricerca di denaro. Se le vittime del gioco applicassero a un’attività imprenditoriale qualunque le energie intellettuali e le astuzie che inventano per procurarsi il denaro da offrire in sacrificio alle slot, saremmo un Paese di agiati lavoratori in proprio, invece che una nazione dove c’è una slot per condominio.L’abilità nel mentire per avere il contante è inversamente proporzionale alla chance di vincere, e tutti i giocatori lo sanno. Ma, alla fine, non giocano solo per i soldi: lo fanno soprattutto per sfidare se stessi, per la botta d’adrenalina, per la solitudine, per non pensare, per guadagnarsi l’oblio, l’illusione di un falso Nirvana, in una mattanza che lascia nelle reti dello Stato e della criminalità organizzata qualcosa come 90 miliardi di euro all’anno.Si comincia con l’investire in un grattino il resto di un pacchetto di sigarette, quindi si attinge allo stipendio, di lì il passo è breve ai risparmi e ai gioielli; poi, se arriva la liquidazione, si brucia anche quella; resta la pensione, ma bisogna pur mangiare allora viene bene il quinto della medesima (la quota che può essere pignorata dalla banca in caso di debiti). Infine, ma sovente a metà dell’opera distruttiva, si approda felicemente alle finanziarie, quelle che fanno credito ai vegliardi, ai cattivi pagatori, ai protestati. Da una finanziaria si passa a un’altra che elargirà denaro per onorare il primo debito, così all’infinito. Giornate perdute davanti alle macchinette e ogni sera il pensiero di farla finita. Finché un giorno il banco salta veramente e i giocatori sono smascherati dai familiari e dagli amici.Da quell’inferno di invisibile solitudine il giocatore può risalire verso la vita. Superstiti al fallimento di se stessi, in genere sostenuti dai familiari, i giocatori approdano presso i Ga (Giocatori anonimi) e, nella cerchia dei sodali redenti, controllati e non guariti, perché guarigione definitiva dalla compulsione del gioco non è data, giocano finalmente la partita del recupero della loro vita, il contrario di ogni gioco d’azzardo. Nessuno li giudicherà, verranno guidati dalla forza del gruppo di consimili in grado di comprendere il loro disagio verso un ritorno alla vita.Si può fare: lo dice convinta Rosa, che non gioca più da tre anni e otto mesi, dopo averlo fatto ogni giorno per 14 anni. Oggi è una bionda cinquantenne, con gli occhi chiari truccati ton sur ton, capelli piastrati di fresco, rossetto e leggings alla moda. Quando era schiava della slot, stava sempre in tuta da ginnastica, mica poteva attardarsi a vestirsi o a truccarsi. Si nutriva di adrenalina. Vedeva solo il display della macchinetta. A sera combatteva contro i fantasmi dei sensi di colpa, dello schifo di se stessa, ma non poteva fermare la sua folle corsa. Con la sua divisa d’ordinanza – tuta e ciabatte –  ci dava dentro per annientarsi.L’ultima volta davanti alla macchinetta è stata il 22 agosto del 2010: per Rosa, allo stesso tempo, una data di morte e di nascita. L’ennesima giornata che si è arrampicata sullo sgabello davanti alla slot fowl play gold, il gioco dei polli, un rutilare di gallinelle, dobloni, spighe di grano e galli minacciosi. Era la sua, perché i giocatori hanno una macchinetta preferita e guai chi gliela tocca. Ci stava ininterrottamente dalla mattina alla sera. Mangiare? Bastava un salto a casa per un panino al volo, la pipì, accendere la lavatrice, fumarsi una sigaretta. E poi di nuovo in tabaccheria. La slot prenotata (si lascia un euro al tabaccaio che te la tiene in standby) e nessun altro si avvicina.La discesa agli inferi di Rosa è una storia comune a molti altri: l’inizio della dipendenza casuale, un’amica che gioca un’euro e ne vince cento, lei che la imita ridendo e ne vince subito altri cento. La trappola è scattata. Presa nella tagliola. La famiglia? Il marito, un figlio adolescente? Che si arrangino, per lei esiste solo la slot. Finché un giorno appare l’ufficiale giudiziario e reclama 10.000 euro. Perdonata dal marito, saldato il debito, Rosa dichiara di voler smettere e ci prova da sola, ma dopo poco ricasca nella trappola. Passano una manciata d’anni quando finalmente in lei lo schifo, la tensione emotiva, un barlume di istinto di sopravvivenza e, sopratutto, la nascita di un nipotino la guidano verso un gruppo di Giocatori anonimi. Oggi non si considera guarita, non si guarisce mai, ma con l’aiuto dei “confratelli” che incontra un giorno a settimana  Rosa tiene sotto scacco la belva della malattia. E tutte le volte che “le viene il nervoso” telefona al coach del gruppo. Qualcuno che capisce, che risponde. E che non la giudicherà.LIMONI, CILIEGIE E IL BRIVIDO DELL’ADRENALINA Discesa all’inferno e ritorno: storia di una giocatrice (quasi) guaritaHo rincorso limoni e ciliegie per anni. Mentre rullavano veloci, io mi eccitavo. Tra me e loro c’era solo un vetro unto e, volendo, potevi leggerci tracce di sogni e cifre di assegni. O solo domande. Come questa: «Cosa sarà mai una slot machine?». Il gettone scivolava, sentivo un sonoro “coin”, ma nessuna risposta. La verità è che stava per iniziare una storia già nota. Era la storia di un gioco, la storia di una dipendenza. La mia è iniziata venti anni fa. Ero una bambina. I miei cugini non riuscivano a smettere di posare con “unduetrestella”, io aspettavo solo che iniziassimo la tombola. Fremevo. Mi bastava vedere le cartelle occhiute per trasformarmi. E rimproverare tutti: «Qui non stiamo giocando, adesso si fa sul serio!».I numerini di legno mi hanno fatto provare per la prima volta una strana sensazione di pienezza. La sazietà di chi ha sempre fame. Fame di rischiare i perdere. La beffa, crescendo, sono state le slot machine: con i loro frutti del peccato mi sono abbuffata alla grande.Quando studiavo mettevo da parte i soldi per partire nei weekend: destinazione Malta. C’erano sole, mare. E i casinò, certo. Era il modo per confinare il mio “vizietto” in una vacanza e tornare a casa, a Roma, nei panni della brava ragazza. A Malta ho cercato anche un fidanzato: sì, una buona scusa per partire sempre più spesso. E l’ho trovato, anche se solo per dieci mesi. Poi ho cambiato meta: Lugano. Ma zero mare e zero fidanzato.In Italia però c’era una novità: erano arrivate le sale Bingo. Luminose, un po’ pub e un po’ piazze al coperto. Tutto era normale lì dentro, oltre che legale, e io potevo smetterla di organizzare “viaggi d’azzardo” e fughe imbarazzanti nei bar sottocasa: basta con le risate maschili, gli sguardi curiosi, la penombra che ci rendeva ridicoli. Ricordo che le donne erano visibilmente schiave della loro compulsività e perdevano spesso, gli uomini erano più osservatori: studiavano le probabilità delle partite e poi vincevano tutto. Con le sale Bingo c’è stata una rivoluzione, anche nella mia vita. Ho avuto un contratto di lavoro stabile e sono andata a vivere sola. La sera uscivo dall’ufficio, passavo da casa per una doccia veloce e alle 22 ero fuori. Mi sarebbe bastata un’oretta al Bingo per bere una Coca-Cola, mangiare un panino, fare amicizia, e magari una partitina...In realtà, prima delle cinque non tornavo mai a casa. Le notti volavano: l’adrenalina mi rinfrescava la gola secca e mi anestetizzava intestino e vescica. Stavo per ore immobile, ero l’ombra di una ragazza di 33 anni che non sentiva nessun bisogno fisiologico. L’indipendenza, in sostanza, mi aveva schiavizzato. All’alba passavo da casa, una doccia e andavo in ufficio. Dicono che l’inclinazione alle dipendenze sia anche ereditaria. I miei genitori in effetti amavano addormentarsi caldi e sorridenti dopo bicchierini alcolici di ogni sorta. Ma non ci credo molto. Mi baso su quello che combinavo io. E io mentivo. A tutti. Nessuno sapeva quanto avessi bisogno di quell’emozione. Era una scarica elettrica che scuoteva tutto. Pensieri, pancia, dita dei piedi. E un giorno ha scosso perfino la mia banca: conto in rosso e carta di credito bloccata. Non potendo pagare più l’affitto per i debiti da saldare, sono tornata a vivere con i miei. Per la prima volta ho raccontato tutto a mia sorella.Ho capito subito però che da sola non potevo farcela: ho trovato la Siipac, la prima clinica italiana per la cura delle patologie compulsive, e ho fatto una terapia di gruppo. Ho consegnato bancomat, libretto degli assegni e portafogli a mia sorella. Se mi servivano dei soldi li avrei chiesti a lei.Stavo meglio, ma ero troppo fragile. Un giorno ho ricevuto una busta a casa: la banca mi aveva mandato la nuova carta di credito. Avrei dovuto consegnarla a mia sorella, ma non ho avuto la forza. L’ho usata. In un Bingo lontanissimo da casa mia. Sono rimasta un’oretta, la sera seguente due, poi tre. Una notte, al ritorno, ho chiamato mia sorella e le ho chiesto aiuto. Il giorno dopo l’ho chiesto agli amici e ai miei genitori: li ho invitati attorno a un tavolo, ho iniziato a parlare e ho pregato tutti di non lasciarmi mai sola. Ho deciso anche di fare una seconda terapia con una psicologa. Per pagare le sedute, sono rimasta a vivere con i miei. Certo avevo azzerato tutto. Ma mi era rimasto il lavoro, qualche amico. E quella maledetta fame. Lo so che non andrà mai via. Somiglia al vuoto. E io non voglio riempirlo con l’affetto di una persona o con la ricostruzione psicologica di un disturbo. So che questo sarà un vuoto pieno di libertà.LA TERZA INDUSTRIA ITALIANAI giocatori “rendono” otto miliardi di euro all’annoNel 2012 il gioco d’azzardo legale ha movimentato quasi 90 miliardi di euro, piazzandosi al terzo posto nella classifica dell’industria italiana. Di tutti questi miliardi, il 57 per cento gira attorno a slot machine e videolottery; seguono i giochi online (16 per cento), il gratta e vinci (11 per cento), il Lotto (7 per cento), le scommesse sportive (4 per cento), il Superenalotto (2 per cento) e infine il Bingo e le scommesse ippiche. L’incasso effettivo dello Stato è stato intorno agli 8 miliardi, ma la spesa per le conseguenze sociali della dipendenza da gioco oscilla fra i 5 e i 6 miliardi. Il resto dei soldi è finito nel pagamento delle vincite e nelle tasche dei gestori delle macchinette mangiasoldi, cioè della criminalità organizzata.In parallelo, corre un gioco d’azzardo illegale il cui valore è stimato in circa 10 miliardi di sommerso. Nessun dato certo esiste sul gioco online. Per fidelizzare la clientela lo Stato, sulla genia dei gratta e vinci, impone una tassazione inferiore rispetto alle riffe tradizionali, a favore di maggiori premi. Si stima che il 3 per cento della popolazione italiana adulta sia dipendente da gioco.(fonte: Conagga, Coordinamento nazionale gruppi giocatori d’azzardo, www.conagga.it).PER SMETTEREGiocatori anonimi è l’associazione che aiuta a liberarsi dal gioco compulsivo. Unico requisito per partecipare è la volontà di smettere di giocare e la partecipazione alle riunioni settimanali. Un questionario di 20 domande è sottoposto a chi chiede aiuto, sette risposte positive sono sufficienti per essere accettati nel gruppo. Il gioco compulsivo è riconosciuto come una malattia sociale, da cui non si guarisce mai del tutto ma che può essere gestita con il sostegno dei gruppi e attraverso la terapia “dei 12 passi” (la stessa usata dagli Alcolisti anonimi).Giocatori anonimi: www.giocatorianonimi.org (centralino nazionale tel. 3381271215)...