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Adottiamoci tanto bene -“Posso andare da un amichetto?” E fu così che ci ritrovammo una diavoletta a piedi scalzi che non aveva nessunissima intenzione di tornare a casa con noi

Adottiamoci tanto bene -“Posso andare da un amichetto?” E fu così che ci ritrovammo una diavoletta a piedi scalzi che non aveva nessunissima intenzione di tornare a casa con noi

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Giovedì, 14 giugno 2012 12:35

Quando Anna, uscendo dall’asilo, mi ha chiesto: «Mamma, posso andare a giocare a casa di Antonio?», ho pensato che era fatta, che tutto stava andando come doveva andare, che eravamo più avanti di quanto pensassimo, che tutto era meravigliosamente normale. E infatti mi sbagliavo. Cioè, il primo pomeriggio è andato tutto bene, rafforzando in me la fuorviante convinzione di trovarmi sulla strada giusta, ma la verità mi attendeva, spietata, già al secondo. Siamo andati a prendere la piccola Anna a casa di Antonio con mio marito, che quel giorno aveva smesso di lavorare prima, così, pensando di fare cosa gradita.

Ci siamo trovati davanti una diavoletta a piedi scalzi con la bocca cerchiata di molliche al cioccolato che non aveva nessunissima intenzione di tornare a casa con noi. Ho tirato fuori l’armamentario delle grandi occasioni: dolcezza, fermezza, ancora dolcezza, ancora fermezza, qualche promessa allettante di cose fichissime che ci attendevano una volta tornati a casa, ma niente. La piccoletta voleva restare da Antonio. E non si limitava a usare le parole, piangeva e strillava. L’ho strattonata il più delicatamente possibile fino all’ascensore, salutando a denti stretti la mamma di Antonio che simulava compiacenza, e poi ho percorso insieme a lei e mio marito l’isolato che ci separava da casa nostra. In quei due-trecento metri ho pensato che non sarebbe stata una cattiva idea dotarsi di un cartello da appendere al collo con su scritto: «Se state pensando di chiamare i servizi sociali, sappiate che ci conoscono già». Anna piangeva come se fosse appena sfuggita a un tentativo di accoltellamento, singhiozzava al punto da non riuscire quasi a respirare, una roba mai vista. Per calmarla ci sono volute diverse ore, alla fine la cosa più sensata l’ha detta Sofia, durante la cena: «Mamma, è meglio se non ce la mandi più a casa di Antonio».

Che fare in questi casi? Io ho chiamato la psicologa dei suddetti servizi, e le ho raccontato l’accaduto. Risposta, che sintetizzo: «Sa signora, i bambini che hanno vissuto in istituto sono abituati a stare con altri bambini e per loro le situazioni comunitarie sono fonte di sollievo, se hanno delle ansie le neutralizzano riproponendo quel modello». Ma non è solo questo, ha aggiunto. «C’è un altro fattore da tenere a mente, nei figli adottivi resiste, al fondo, la sensazione che qualsiasi adulto avrebbe potuto essere il proprio genitore. Poteva essere lei, ma anche la mamma di Antonio, o di chiunque altro…». Gulp. Colpita e affondata. Dopo essermi ripresa dalla spiegazione ho chiesto suggerimenti sulla strategia. «Limiti le uscite, le spieghi che ha una casa dove tornare ogni giorno, che la sua mamma vuole stare con lei e solo con lei». E così ho fatto.

Adesso, ogni sera, Anna vuole giocare a «Facciamo che vado da un amichetto?». Il gioco è questo: io vado a salutarla nel suo lettino e lei mi dice: «Mamma, domani vado a giocare da un amichetto». A quel punto, facendole il solletico sulla pancia, io le dico: «Nooo, devi restare a casa con la tua mamma». E giù pazze risate.

Amaltea - L’autrice di questo diario ha adottato con il marito tre bambini in Russia: Sofia, Anna, Vladi. Questa è la loro storia, raccontata per noi settimana dopo settimana. Dedicata non solo a chi ha adottato o ci sta pensando (e sappiamo che siete tante), ma a tutte, proprio tutte, le mamme.

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commenta | tags: amichetti, Amaltea, adottiamoci tanto bene, figli adottati, genitori adottivi, madri adottive | permalink

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