8 Marzo un rito ormai stanco
Giovedì, 4 marzo 2010 14:20
Auguro alle donne che l’8 marzo si spenga lentamente, fino a passare inosservato. Per fortuna, la festa della donna va scemando col passare degli anni. E giustamente. Un tardivo omaggio al femminismo, una concessione retorica alle festività astratte (il Bambino, il Malato, il Gatto, l’Anziano) e poi tante cefalee per via di quelle insopportabili mimose.
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Dell’8 marzo sopravvive una triste magnata per sole donne che fa tanto semel in anno licet insanire (una volta all’anno è permesso impazzire), come ormai convengono molte reduci da questi riti stanchi di branco. Quelle auto piene di donne in libera uscita, quei locali che sembrano come l’isola mitica di Aiaia, abitata solo da donne, cominciano finalmente a far pena anche a voi, fanno sentire come sguattere a cui viene riconosciuto, una tantum, il diritto di uscire da sole e di vivere un giorno da leonesse per compensare i 364 giorni da pecora. Ma sappiamo che non è così. Un rito assurdo e logorato che non corrisponde alla realtà quotidiana. Che senso ha celebrare la Donna in genere, come facevano i giacobini della Rivoluzione francese con i loro calendari pieni di feste astratte? Dedichiamo allora una festa mondiale al Genere Umano, o se vogliamo essere meno razzisti, agli Esseri Viventi? Via, ognuno ha la sua festa, le sue ricorrenze, le sue occasioni. Per carità, magari in origine quella festa aveva un significato di emancipazione, riconoscimento e rispetto per le donne.
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Ma i problemi delle donne oggi non risalgono semplicemente alle ataviche ragioni che furono alle origini dell’8 marzo, come il maschilismo e la natura matrigna che le costringe alla maternità, ma ad altri problemi nuovi: ad esempio perché le donne sono diventate numericamente superiori ai maschi e quindi con più concorrenza; perché il culto consumistico-televisivo della bellezza e della gioventù massacra i tre quarti delle donne, dal mito delle veline all’antimito delle rifatte; perché le separazioni, alla fine, danneggiano più le donne che gli uomini, e l’arco anagrafico di appetibilità di una donna è inferiore a quello dei maschi (un cinquantenne, si sa, può trovare partner che abbiano vent’anni in meno, per la donna è più difficile). O perché lavorando fuori casa le loro frustrazioni antiche di casalinghe non sono finite, ma si sono riversate altrove. Altre nevrosi, altre depressioni colpiscono oggi le donne: è cambiato solo il luogo e la forma dell’infelicità, come della felicità. Tutte queste considerazioni ci portano lontano dallo spirito antagonistico, sessista e floreale dell’originario 8 marzo. Sbucciamo le donne dalla retorica della loro festa che mi pare ormai tardiva, un poco rococò e tanto rétro. Quanto alle quote rosa riservate alle donne, lasciamo perdere: non mi pare un progresso passare dall’8 marzo all’8 per mille. Non mimose ma opere di bene.
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di Marcello Veneziani- Editorialista de il Giornale, saggista, ha appena pubblicato Amor fati (Mondadori)
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